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“Il Quotidiano”- 10 feb 2003

A proposito dei Bronzi di Riace           COPIE, CLONI e OLOGRAMMI

 

 

 

 

 

Questa storia dei “cloni” dei Bronzi di Riace sembra assumere sempre di più i caratteri di un diversivo. Cioè: invece di affrontare i temi e i modi di una seria strategia di intervento strutturale in materia di  beni culturali, si sposta la discussione sulle sortite di facciata e sulle trovate palliative.

A parte il fatto che basta andare da qualunque venditore di arredi per giardino per trovare fra nanetti e veneri di Milo anche le copie dei bronzi di Riace, mi pare che si ceda ancora una volta  al fascino dei termini di moda: perché cloni e con copie?  Forse perché si riconosce che, comunque, in queste riproduzioni perfette fatte con tecnologie avanzate, manca l’identità vera, quello che, con immagine poetica, potrebbe chiamarsi il “soffio dell’arte”.

Di copisti è pieno il mondo fin dall’antichità e tratti di storia dell’arte registrano l’attività importantissima di copisti che hanno contribuito non poco, in tempi pre-mediatici, a  diffondere e divulgare le opere d’arte. Opere greche ad esempio ci sono pervenute in copia fatta dai romani, e meno male, perché gli originali nel frattempo erano scomparsi. Nelle botteghe artistiche dal Rinascimento in poi  si eseguivano copie per motivi di studio; immagini devozionali venivano ripetute dagli stessi autori per soddisfare una diffusa committenza.

In tempi più recenti il criterio dell’unicità e dell’irripetibilità dell’opera d’arte ha preso il sopravvento con soddisfazione di mecenati e collezionisti, mentre in tempi moderni, in quella che Walter Benjamin chiama l’era della riproducibilità tecnica, il multiplo d’autore (incisioni, litografie, serigrafie, ecc.) ha sviluppato un filone di riproduzioni seriali con la conseguente “caduta dell’aura” di unicità dell’opera. Dunque: unica o riproducibile l’identità dell’opera va decisa dall’autore che è il solo titolare di questa scelta.

 

La copia è un artificio tecnico, un espediente che qualche volta è servito per “salvare” gli originali e non esporli all’azione corrosiva dell’atmosfera e del tempo: vedasi il David di Michelangelo, presente in copia a piazza della Signoria di Firenze (l’originale è però lì vicino nel Museo dell’Accademia) o i Cavalli di San Marco, in copia fuori, in originale dentro la basilica. Più in generale, le copie, sono utili quando si ha a che fare con opere a rischio di distruzione. Per il resto le repliche e i surrogati appartengono ad un approccio ingenuo all’arte e fanno parte del vasto repertorio del kitsch o cattivo gusto. Per non dire dello strisciante provincialismo insito nell’atto di portare in giro i “gioielli di famiglia” o, peggio, la loro copia.

Ma queste considerazioni di ordine teorico poco hanno a che fare con il problema sollevato dalla decisione della giunta Chiaravalloti di procedere alla riproduzione dei bronzi di Riace e che nasce dichiaratamente dall’esigenza pratica di compiere  un’operazione pubblicitaria per la Calabria. Così come qualche tempo fa si era ventilato pure per “Forme uniche nella continuità dello spazio” di Umberto Boccioni, la nota scultura riprodotta sui 20 centesimi e conservata al Museo Civico d’arte contemporanea di Milano.

Eppure di pubblicità i bronzi di Riace ne avevano avuta fin troppa al momento del loro esordio in pubblico, quando nell’81 furono esposti a Firenze e a Roma. Mai bene artistico della Calabria aveva avuto e avrà tanta propaganda come in quella occasione. E anche fra le opere d’arte di tutto il mondo poche sono quelle che possono vantare un simile lancio.

Giunti a Reggio però hanno perso tutta la loro capacità attrattiva, sono stati risucchiati nell’ordinaria amministrazione, certamente tutelatissimi in un museo pieno di cose bellissime che ne ha pure perfezionato la conservazione e la sistemazione, ma bloccati nella loro capacità di sedurre le masse da una politica culturale miope e da un contesto carente d’infrastrutture e di iniziative promozionali.

Allora, la Regione Calabria e la soprintendenza, se proprio vogliono individuare una strategia di sviluppo di una risorsa culturale come i bronzi di Riace, farebbero meglio a pensare e produrre, per esempio, una grande mostra al Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria sulla scultura greca del V secolo a C. in modo da ricostruire il contesto storico di queste due statue, creando un evento unico nel suo genere e di portata mondiale. E attirando flussi di turismo culturale. Altrimenti, perché mai un visitatore abituato a viaggiare per luoghi d’arte in tutto il mondo, ben serviti e referenziati, dovrebbe spingersi  in questa parte d’Italia, con i disagi nei trasporti e nell’accoglienza che tutti conosciamo, per vedere due capolavori isolati e mal gestiti?

E’ proprio sul piano pubblicitario e commerciale che l’idea di clonare i bronzi è debole e strategicamente inefficace.

Se proprio si vuole stimolare la curiosità della gente invogliandola a venire in Calabria, le strategie della seduzione suggeriscono di mostrare un po’ del bene offerto, stuzzicando l’immaginazione e senza esaurire preliminarmente il piacere della fruizione. Allora se proprio non bastassero i tanti manifesti con le due statue, le soverchie riproduzioni in immagini di tutti i tipi e di vari business, possono venire in aiuto le nuove tecnologie del virtuale: facciamo due ologrammi, certamente  meno costosi e più suggestivi e portiamoli in giro, come effigi dei bronzi veri.

 

E’ buona norma che le opere d’arte non viaggino per fare propaganda diretta al Paese che le possiede, se mai si spostano per motivi scientifici in occasione di mostre tematiche e di scambi culturali fra istituzioni museali.

 

tonino sicoli              

 

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