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“Il Quotidiano”

 25 marzo 2006

 

 

 

 

 

 

Giorgio de Chirico

nello studio a Parigi - 1929

 

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Giorgio de Chirico           L’ENIGMA E LA GLORIA PRESENTE

 

 

 

 

 

L’ENIGMA E LA GLORIA PRESENTE

 

 

 

 

 

Giorgio de Chirico guarda alla storia dell’arte ed è guardato dalla storia dell’arte.  Ovvero è un artista  a tutto tondo che fa i conti con l’arte del passato e che, nello stesso tempo, diventa un riferimento per gli artisti successivi.

Questa mostra di Catanzaro mantiene tutta la complessità del padre della Metafisica, dandone una lettura articolata ma unitaria, con varie sezioni che si  aprono come tante scatole cinesi: la retrospettiva dagli anni Venti ai Settanta, il Museo dechirichiano con opere ispirate ai maestri del passato (Michelangelo, Tintoretto, Rubens , Watteau, Fragonard, Courber, ecc), un nucleo di disegni inediti  degli anni Dieci-Venti, le sculture con i soggetti tipici ( Le Muse Inquietanti, Aiace, il Trovatore, gli Archeologi, ecc), l’eredità e la glorificazione da parte degli artisti contemporanei, fa cui Ceroli, Paladino, Nagasawa Schifano, Paolini, Gallo, e soprattutto Mimmo Rotella, di cui è esposto un grande decollage con sovradipinto un manichino metafisico.

De Chirico è stato senza dubbio un artista complesso e problematico che per tanti versi ha consumato sulla sua pelle tutta l’irrequietezza culturale di gran parte del Novecento, assumendone le contraddizioni e la gittata teorica, con una carica immaginifica capace di destrutturare il passato e restituirlo in chiave attuale.

Egli sta a cavallo di un tempo che transita da un’arte oggettiva ad una mentale, che avverte fortemente il rifiuto dell’oggetto per addentrarsi nella dimensione psichica e intellettuale.

La pittura è vera senza essere verista; non è speculare alla realtà ma la altera, la interiorizza, allude ad essa ma illude la mente.

Tutto è contro: contro la percezione “naturale” delle cose, contro il banale realismo, contro ogni rassicurante rappresentazione. Sono messi in scena i lucidi deliri di un’onnipotenza creativa, l’enfatica allegoria di uno strutturalismo tutto psichico, il mistico furore di un atto iconografico dissonante. In questo senso l’intera produzione di de Chirico va letta in chiave metafisica ovvero di un permanente andare “oltre”, in un continuo stare al di sopra di un pensiero prevedibile, fino ai confini del “grande enigma”.

Per dirla con Nietzsche “Ogni pensatore profondo teme più di venir compreso che di venir frainteso.”

Così il passato è compiuto e straniante, nella sua lontananza e nella sua complessa fissità. L’arte è così la forma contraddittoria di questa condizione, combattuta fra comprensibilità e incomunicabilità, fra certezza e immaginazione, fra  espressione e silenzio.

De Chirico capisce che il lavoro dell’artista ha qualcosa d’inafferrabile e di oscuro e che l’atto creativo è un tentativo di intravedere l’essenza del mondo attraverso l’assenza, il vuoto e la morte.

La portata filosofica dell’arte dechirichiana si coglie in questa linea teorica con la quale si possono registrare evidenti punti di contatto con le concezioni artistiche degli ultimi quarant’anni, segnati dalla messa in discussione dei modelli estetici certi  e assoluti.

Sono pochi gli artisti di queste generazioni successive che dichiarano apertamente l’eredità dechirichiana, più occupati in sperimentazioni varie e in linguaggi neo-moderni. Eppure il senso dell’assurdo,  il piglio intellettuale, il gusto per la citazione colta, la sottile ironia, che pervadono l’arte dagli anni Settanta in poi, ha in de Chirico non solo un precursore, ma uno specchio – infedele, ovviamente - di una condivisa enigmaticità.

C’è nella ricerca artistica degli artisti delle avanguardie recenti una carica di dirompente nichilismo che azzera la partecipazione emotiva, il contenutismo moraleggiante, l’impegno sociale, i linguaggi convenzionali, per abbracciare un’arte più radicale, sfuggente, scettica ed autoironica.

Nell’era della massificazione, in cui tutto è sopraffatto dall’orgia mediatica, in cui anche la cultura è fatta oggetto di consumismo e l’arte sembra essere alla portata di tutti, lo scarto vero degli artisti è nella loro capacità di porsi sempre in posizione critica, nel senso di sapersi mettere in discussione.

Stranamente l’antimoderno de Chirico si rivela un prezioso profeta del postmoderno.

Dopo de Chirico la modernità stessa è vista sotto una nuova luce, nella sua crisi e nel suo rimescolamento linguistico e storico.

L’inquietudine contemporanea è un demone che trasale dal profondo di un’umanità enigmatica, tragicamente votata all’erranza, esaltata nella sua liberatoria creatività.

La glorificazione dello stesso de Chirico da parte di tanti artisti successivi avviene in modo silenzioso e, direi, metafisico, ovvero senza porsi in continuità storica con eventi fra loro concatenati, ma assumendo come valore assoluto i caratteri salienti di un percorso intellettuale ed artistico denso ed eclettico.

A partire dagli anni Sessanta (con la Pop Art e il New Dada), attraverso gli anni Settanta (con l’Arte Concettuale) fino agli anni Ottanta (con la Transavanguardia e l’Anacronismo) l’acme del moderno coincide anche con la sua crisi, che anziché esaurire alimenta il rilancio del filone creativo, sia che lo si consideri postmoderno, che neomoderno.

Fatto è che con de Chirico il nomadismo stilistico e le scorribande poetiche cominciano a non essere più un peccato d’incoerenza e la figura di Ebdomero, il personaggio del suo romanzo del 1929, viaggiatore in un mondo d’immagini, di sogni e di simboli, non solo fornisce un efficace autoritratto del suo autore, ma simboleggia perfettamente l’artista contemporaneo con il suo percorso disordinato, frantumato, sregolato e, in definitiva, disperatamente  solitario.

L’altra faccia del superomismo dechirichiano è proprio questa: la condanna alla solitudine e all’impossibilità di riflettersi negli altri, di rendersi partecipe a tutti.

L’artista-filosofo osserva malinconicamente “dentro di sé” e così facendo partecipa al grande mistero del mondo.

 

tonino sicoli

 

 

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