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© foto francomà

 

“Il Quotidiano”- 15.12.2005

Convegno su " I giacimenti culturali e lo sviluppo economico"

FRA FATTI E LEGGENDE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’altra sera all’Assindustria cosentina si è tenuto il convegno “I giacimenti culturali e lo sviluppo economico della Calabria” organizzato dal Centro Studi “Nuova Calabria”. Il senatore Carlo Scognamiglio, ex presidente del Senato, ha tenuto una conversazione introduttiva sul tema, fornendo alcuni dati sulla situazione del turismo culturale meridionale e calabrese fra i quali, ad esempio, quello relativo alla sproporzione fra la collocazione geografica dei siti patrimonio dell’umanità riconosciuti dall’UNESCO (13 nel solo Mezzogiorno sui 39 complessivi in Italia, pari al 33%) e i flussi turistici che nel Sud sono ad appena il 20 % di quelli nazionali. Scognamiglio cita poi il dato relativo a Tropea, uno dei quattro distretti turistici calabresi, che è il solo a rientrare nella classifica dei primi dieci (è al 7° posto) più noti del Mezzogiorno, ma non appare affatto nella classifica delle prime dieci località citate dai cataloghi dei Tour Operator.

In conclusione l’ex presidente del Senato lancia una proposta: perché non puntare sulla ricerca della  tomba di Alarico, alla luce delle nuove tecnologie che oggi consentono prospezioni sul territorio impossibili nel passato?

Se l’idea è una provocazione è certamente azzeccata, visto che in Calabria e soprattutto a Cosenza si favoleggia da sempre della sepoltura e del tesoro del re visigoto. Ma se il tono e la trascrizione della proposta, per fortuna lasciata “da approfondire assieme alla amministrazioni locali, gli storici, gli accademici e non”, ha qualche spunto di serietà, allora mi pare che le occasioni di sviluppo cercate, hanno ancora una volta il sapore del vago e del campato in aria, e anziché agganciare il mondo imprenditoriale con concrete prospettive di sviluppo economico, ci si lascia andare all’inseguimento delle leggende, che seppur suffragate da alcune autorevoli fonti storiche, non hanno mai trovato un concreto riscontro nell’archeologia militante.

Certo sarebbe bello ritrovare la tomba di Alarico, magari nel giardino di casa, ma a voler parlare seriamente di queste cose è più giusto dare priorità alle questioni di management culturale piuttosto che alle nuove ipotetiche scoperte. In fondo è sempre più affidabile chi investe sul proprio lavoro che non chi si affida al superenalotto.

Il vero problema dei beni culturali non è quello di far venire alla luce opere sconosciute, ma di gestire bene quelle già scoperte e magari giacenti nei depositi delle soprintendenze e dei musei; o quelle già note ed esposte, ma poco visitate per via di una carente strategia nella loro gestione, per difetti di divulgazione, per inadeguatezza di infrastrutture ricettive.

C’è una scuola di pensiero fra gli archeologi che preferisce lasciare inesplorati alcuni probabili siti e sottoterra i reperti, nel timore che una cattiva gestione pubblica possa esporre questo patrimonio potenziale al saccheggio dei tombaroli  o, comunque, all’oblio della gente disinformata.

Il caso dei Bronzi di Riace a Reggio Calabria è emblematico. Queste perle della statuaria greca classica che hanno attratto enormi masse di visitatori quando erano esposte a Firenze e a Roma, richiamano oggi pochi visitatori nelle sale del Museo  reggino.

E ben lo ha capito l’assessore regionale alla cultura Sandro Principe che, fra i primi obiettivi del suo programma, ha posto il potenziamento a Reggio Calabria del Museo Archeologico, trasformandolo in un grande Museo internazionale, a modello di quello di Bilbao; pensando di rinnovarne la struttura architettonica ma sopratutto di rilanciarne la struttura organizzativa per farne una grande attrattiva del turismo culturale. Dalla Regione Calabria verrà anche finanziata una sistematica campagna di restauro delle opere d’arte giacenti nei depositi e nei laboratori della Soprintendenze; così come si sta pensando ad un Museo Regionale (o sistema museale?) delle Arti visive che documenti l’arte in Calabria attraverso i secoli.

Un impegno, insomma, per valorizzare l’esistente e trasformarlo in una risorsa. Come dire che il patrimonio culturale e ambientale c’è, così come ci sono le attività culturali, prodotte con l’impegno e le professionalità calabresi. Si tratta ora di riconoscerle,  sostenerle, potenziarle, indirizzandole in una strategia complessiva  e in una politica culturale di ampio respiro.

Il tesoro di Alarico può essere un’utile metafora di questa azione di riscoperta di un patrimonio che è già nelle nostre mani, che giace spesso sottovalutato, ma che va attivato come motore dello sviluppo economico e sociale.

 

tonino sicoli              

 

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