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“Il Quotidiano”- 6 ottobre 2007

 

DUE MOSTRE A COSENZA E A SIBARI OSPITERANNO I LAVORI

DI UNO DEI MAGGIORI ARTISTI VIVENTI

 

JANNIS KOUNELLIS versus MATTHIAS PRETI

 

 

 

 

Jannis KOUNELLIS

Kounellis a Sibari - 2007

 

“Jannis Kounellis. La Storia e il presente”

(coautore: Bruno Corà)

Galleria Nazionale di Palazzo Arnone – Cosenza

Museo Nazionale Archeologico della Sibaritide - Sibari

Il ministro Rutelli e Principe davanti all'opera di J.Kounellis a Palazzo Arnone - 2007

 

DUE MOSTRE A COSENZA E A SIBARI OSPITERANNO I LAVORI

DI UNO DEI MAGGIORI ARTISTI VIVENTI

 

JANNIS KOUNELLIS versus MATTHIAS PRETI

di Tonino Sicoli

 

Sicoli e Kounellis - 2007

 

Parte con Jannis Kounellis, uno dei maggiori artisti viventi, il programma per il triennio 2007-2009 di “Sensi Contemporanei”, l’APQ, che la Regione Calabria ha stipulato con il Ministero per lo Sviluppo Economico - DPS, il Ministero per i Beni e le Attività Culturali – DARC, la Fondazione “La Biennale di Venezia” e che ha come obiettivo la promozione dell’arte contemporanea e la valorizzazione dei contesti architettonici e urbanistici delle regioni del Sud d’Italia.

“La novità di questa edizione di Sensi Contemporanei – ha detto Sandro Principe, assessore alla Cultura della Regione Calabria - sta nell’aver capovolto l’indirizzo del passato, che attribuiva alla Calabria un ruolo di semplice consumatrice di eventi culturali prodotti altrove. Si è voluta sostenere, indirizzare e coordinare, invece, la capacità progettuale e produttiva delle varie realtà regionali, con il coinvolgimento della Direzione Regionale per i Beni Culturali, delle Soprintendenze al PSAE e ai Beni Archeologici della Calabria e di due prestigiosi Musei: quello della Sibaritide e quello di Palazzo Arnone a Cosenza.”

Le inaugurazioni delle mostre, che rientrano nel progetto “I luoghi del Mito. Magna Grecia e arte contemporanea”, si terranno stasera alle ore 17,30 alla Galleria Nazionale di Palazzo Arnone e domani mattina alle ore 11 presso il Museo Nazionale della Sibaritide, alla presenza del presidente della Regione Calabria Agazio Loiero, dell’assessore regionale alla Cultura Sandro Principe, del direttore generale del Ministero per lo Sviluppo Economico Alberto Versace, del Direttore Regionale per i Beni Culturali della Calabria Francesco Prosperetti, dei Soprintendenti Salvatore Abita e Pier Giovanni Guzzo, del curatore delle mostre Bruno Corà e del maestro Jannis Kounellis.

Pubblichiamo l’intervista a Kounellis, realizzata da Tonino Sicoli, coordinatore del progetto.

Kounellis e la Magna Grecia passando attraverso il Seicento. Un incontro suggestivo che testimonia una continuità col passato, fra mito e storia, dove l’arte sancisce la sua attualità e afferma la sua capacità di porsi come linguaggio trans-epocale.

Un carismatico maestro dell’arte contemporanea rivisita un periodo d’oro della storia delle civiltà, in un viaggio a ritroso nel tempo, che lo fa incontrare con un grande artista della Controriforma. Kounellis versus Mattia Preti sullo sfondo dello spettacolare scenario della Sibaritide, remota, immobile e tragica. Un intreccio intrigante.

Tutta la potenza di un confronto titanico si riversa in un intervento dissonante ma esaltante, fra realtà culturali apparentemente diverse, ma che in buona sostanza parlano l’eterno linguaggio del mito.

L’artista s’installa con la sua esperienza e il suo vissuto dentro contesti differenti in un rapporto dialettico con l’archeologia e la storia dell’arte. L’opera in due tempi pensata da Kounellis per Sibari e Cosenza è essa stessa un atto del linguaggio che vive.

 

- Kounellis, questo incontro con Mattia Preti che senso ha per te?

Non nasce semplicemente come incontro, è la consapevolezza che l’arte del passato, sia esso prossimo, più antico o antichissimo, in qualche  maniera è dentro di noi. Mi ero già incontrato con  le immagini di Matthias Preti a Roma e a Valmontone. La modernità non uccide l’antichità, come dicevano i giovani futuristi. E’ impossibile, perché la radicalità sta dentro l’antichità e noi siamo la parte estrema di questa antichità. C’è sempre una incredibile e lunghissima continuità. Essere dialettico vuol dire comprendere bene gli elementi di un’appartenenza. Questa per me è la modernità. Vuol dire trattare  Matthias Preti come un fratello, riconoscerlo come pittore, scoprire il suo immaginario, avvicinarci a questa realtà che non è solamente museografica. E’ la realtà della pittura, della costruzione dell’immaginario in un territorio. Vuol dire riuscire a tenere in mano non solamente Matthias Preti, ma il passato. Non in maniera retorica, ma decisa, potente. Per poter trasformarlo in elemento dialettico e in modernità diffusa.

- Il periodo storico in cui è vissuto Preti trova punti di contatto con la  teatralità e il  titanismo del tuo lavoro?

Il Seicento con i grandi controriformisti come Caravaggio, segna l’inizio della critica moderna: dire no e avere una posizione alternativa. Penso che il loro lavoro sia di un’importanza colossale per la storia della modernità, perché non c’è posizione equivoca legata alla convenienza. Il  no è costruito sulla consapevolezza critica. Non è agire in senso superficiale, dicendo sì come si fa di solito oggi. E’ un no consapevole, per un futuro si vittorioso. E’ un dissenso fondato, ideologicamente preciso.

- E’ un’arte ideologica la tua?

Io penso che la pittura italiana, sia nel Rinascimento che nella Controriforma, è ideologica. L’ideologia nel dopoguerra era legata ad una prassi di giustizia economica. Però l’ideologia è più vasta.  Matthias Preti è portatore di una nuova visione, non come le nuvole che cambiano lo schema del cielo. E’ una visione maturata, come lo sono i Capricci di Goya, come lo è la Madonna di Tiziano. E’ diversità, rottura con un passato per un altro passato più vecchio. Questo ha costituito la modernità del Rinascimento. Perché il passato era più vecchio della visione medioevale esageratamente  dogmatica. Il Rinascimento non è un periodo di laicismo nella pittura, in quanto è pieno di tematiche religiose, però è  laico il pensiero. Matthias Preti fa parte di questa antologia di rinnovamento. Anche il suo modo di essere e di attingere continuamente dalla realtà, non in senso impressionista e paesaggistico, è il segno di una fede umanistica maturata, che è l’inizio di un rinnovamento.

- Come dialogano queste due lingue? Quella di Kounellis e quella di Mattia Preti?

Per l’intervento di Palazzo Arnone ho pensato ad una struttura a forma di kappa, che è anche un labirinto. E sulle pareti del labirinto ho messo in alto, giustamente, i quadri che ho trovato nel museo. E’ un’indicazione, non una decorazione. In questa drammaturgia ci sono i quadri di Mathias Preti, non in senso rappresentativo, ma in senso presentativo. Non è una scenografia, ma è un atto  dramaticamente attivo. Tutte le mostre che faccio sono degli atti unici. E questo è l’ultimo atto in ordine di tempo.

- La visceralità ha a che fare con la materialità del tuo lavoro, che non è mai in superficie, ma in  profondità?

E’ tutto legato. Un quintale di carbone non è neanche più materia. Non è come all’epoca della pittura informale che c’era la materia. Allora c’era la materia perché c’era il quadro,  in questo caso è un indicazione che graffia lo spazio, non è un materiale riplasmato E’ una presenza per se stessa significativa. Anche per gli altri materiali come il ferro o le pietre è la stessa cosa, perché il peso è determinante.

- Su tutto si coglie una forte tensione e tragicità, nel senso classico del termine...

Certo. In quanto atto drammaturgico, su di esso incombe il destino. E’ tragico anche per questo. Alla fin dei conti anche nel fatto che sono qua e faccio questo intervento, c’entra il destino. Se fossi stato ad Haiti non avrei potuto trovare Matthias Preti. Però il mio destino è maturato da una scelta: l’esser venuto qui. E, quindi, per forza di cose, ho incontrato quello che c’è, in un rapporto armonioso. Quando eravamo giovani, a Roma, con gli altri amici pittori pensavamo al passato. Guardavamo alla modernità, alle modernità del mondo, però i pittori del passato erano sempre presenti, anche quando si mangiava. Era assolutamente normale parlare di loro. Giustamente erano compagni e padroni del luogo.

- Come si collega questo intervento di palazzo Arnone con quello di Sibari? In nome della continuità col passato?

Dal punto di vista linguistico è la stessa cosa. Ma gli interventi sono strutturati in maniera diversa. Sono diversi i luoghi, anche se sono vissuti con lo stesso vigore. A Sibari c’è un sito archeologico. A Palazzo Arnone abbiamo un’icona con cinque metamorfosi. Lì si è attratti dai frammenti, che sono anche origine di una sincera emotività. Sono i resti di una comunità. L’opera di Sibari è lirica, evocativa. Ci sono anche gli odori, che sono come un respiro.

- Il titolo dell’opera di Sibari  parla di “un tocco leggero…”?

La leggerezza in quel caso è necessaria. Appena un tocco. Con la paura di rompere anche quello che è rimasto. Con Preti la problematica è più diretta. L’altra è un passaggio molto frammentato.  Anche se poeticamente alto.

- Un evocazione anche delle tue origini greche? C’è il tuo vissuto?

E’ il frammento che è evocativo, naturalmente anche le mie origini c’entrano.

- C’è un tratto meridionale in Kounellis?

Si, certo. Non a caso ho scelto l’Italia e non sono andato in America. Anche per via di un’armonia di fondo, che permette di potere partecipare e poter condividere. In una altro posto più lontano la partecipazione è più lenta. Qui si entra rapidamente in sintonia con le cose. Si può immediatamente e creativamente interagire con  la realtà

 

Pubblicata su Il Quotidiano della Calabria, 6 ottobre 2007

 

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