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“Il Quotidiano”

 16 dicembre 2006

UN ARTISTA CHIRURGO

 

 

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Alcune opere presentate in mostra

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Domenico Lo Russo - Autoritratto

 

UN ARTISTA CHIRURGO

 

E’ stata inaugurata ieri sera a Palazzo Nicotera di Lamezia Terme la mostra  “Scienza & Arte. Domenico Lo Russo”, curata da Michelangelo Tomarchio Levi, alla presenza dell’Assessore alla cultura della Regione Calabria Sandro Principe, del sindaco di Lamezia Gianni Speranza e dell’assessore comunale alla cultura Giovanna De Sensi Sestito, promotori dell’iniziativa.

Domenco Lo Russo, nato a Curinga nel 1936, è un artista che fa chirurgia non solo in sala operatoria (è primario di Chirurgia Plastica all’Università di Firenze), ma anche nella pratica della pittura e la configura come il doppio di un’azione segnica, che incide, asporta, modifica, ricompone e trasforma. E se il chirurgo progetta il suo intervento disegnando anatomie possibili e tracciando schemi operatori, l’artista  dipinge in piena libertà, senza modelli estetici, evocando corpi come supporti di un personalissima body painting, giocosa, ironica, dissacratoria e, in definitiva,   tig, giocosam dissacrtatoria, catarticadelli estetici, bensì comne supportido schemi operatori, l'catartica.

La pittura è per Lo Russo un luogo utopico dove realizzare il progetto di una creatività leggera, sostenuta da un gusto per il segno minuto, per l’accenno di scrittura. La bellezza è sottratta alla regolarità del bisturi per essere restituita al capriccio del pennello. Il disegno si sviluppa come un tatuaggio sul corpo sgraziato che è trasformato bellamente in supporto per serti ornamentali, per guarnizione floreali. Allora un seno, nell’attesa di essere rifatto, diventa sfondo per un concettualissimo intervento di restyling, che non mira a renderlo regolare nelle sue forme ideali, ma lo lascia provocatoriamente coesistere con un getto di segni  “altri”.

Il corpo si modifica secondo un progetto più o meno consapevole, più o meno lento, come accade sempre quando si passa da uno stato di natura ad uno di cultura. L’evoluzione della specie ne è un esempio: il corpo si trasforma per assecondare le funzioni: si raddrizza per meglio usare le mani, accresce la scatola cranica per accogliere un cervello più sviluppato, indurisce il palato per poter parlare, assume nella mano il pollice opponibile per afferrare gli oggetti e manipolarli. Come dire che l’evoluzione naturale è stata innescata da un processo culturale.

Anche i canoni della bellezza sono frutto della cultura di un’epoca o di un gruppo e l’arte stessa non è altro che un modo di definirli e reinventarli, codificarli e trasgredirli, in un processo incessante di superamento autoreferenziale. Il superlinguaggio dell’arte inventando se stesso cerca di dire il non detto, di conoscere l’ignoto. La concezione moderna dell’arte – diceva Filiberto Menna -  non si occupa più del linguaggio della natura ma della natura del linguaggio.

Cosi, Lo Russo, in un certo senso, passa da un livello d’intervento sulla natura ad uno d’ingerenza linguistica, ovvero, da un complice aggiustamento col bisturi dei difetti del corpo ad una libera reinterpretazione del corpo attraverso segni svincolati da ogni realismo. Se il chirurgo plastico cerca una verità sancita da standard estetici, l’artista si rivolge verso territori inesplorati preferendo soluzioni insolite. La ricerca della regolarità lascia il posto alla stravaganza, l’ironia si sostituisce alla serietà dello scienziato.

La stessa pratica chirurgica assume una valenza di contiguità nei confronti della ricerca artistica che sembra alimentarsi di metodiche, strumenti, materiali e quant’altro sia mutuabile dalla medicina: le xeroradiografie, le fotografie diagnostiche, i progetti d’intervento, i tracciati operatori, le bendature si associano agli acrilici, alla foglia d’oro, alla colla vinilica, ai pastelli, ai pennarelli, agli stickers per costruire tavole sinottiche di corpi metà veri e metà immaginari.

Cancellature, incisioni, velature, craquelures  restituiscono un’imagerie fatta di volti intravisti e di figure in trasparenza.

La fotografia e le immagini massmediali sono usate per montaggi di marca pop, trasfigurati da distorsioni e da filtri che ne sgranano la definizione. La bassa risoluzione è a tutto vantaggio di una comunicazione che, anche quando l’immagine dei corpi è forte nella sua crudezza parachirurgica o nel suo erotismo d’intimità, non è mai volgare, ostentata, aggressiva, bensì suggerita nel suo offuscamento, enucleata da ogni contesto ingombrante, misurata nel suo minimalismo.

Quella di Lo Russo è una pittura che indaga, scandaglia, evoca e consuma immagini di vario tipo prese dal repertorio medico, dall’album di famiglia, dalla storia dell’arte, dai rotocalchi e dai media della comunicazione.

Lo scambio culturale fra l’attività dello scienziato e quella dell’artista avviene in maniera divertita e cercando soluzioni formali, che mirano ad esorcizzare la gravità quotidiana dell’anatomista.

Per un chirurgo plastico l’idea della bellezza è fondamentale, ma l’artista sa bene che essa è puramente convenzionale, per niente assoluta, da ricercare caso per caso, facendo i conti col contesto formale. L’artista, invece, fa sua una disciplina mentale, un metodo sperimentale, un atteggiamento analitico, che gli fanno rifuggire capriccio e improvvisazione.

La ricerca artistica non è la ricerca scientifica, perché non c’è riproducibilità dell’esperimento, che è sempre unico e irripetibile, ma c’è sicuramente nello slancio dell’arte una forte componente di sfida alla convenzionalità del sapere, alla staticità della conoscenza, alla fissità della vita, compresa una sottile ribellione all’ineluttabilità della morte.

Quello di Lo Russo è un incontro globale con i misteri del corpo, inteso come unità spirituale-materiale, che si svela e si nasconde, possente e delicato, espressivo e introspettivo, sofferente e gaudioso, perfetto e criptico.

E se l’uomo di scienza avverte forte il disagio dell’incertezza e del dubbio, l’artista li corteggia trasformandoli in speranza e progetto, disponibilità al non detto e al non visto, aprendosi alle soluzioni possibili e al coraggio delle cose nuove.

tonino sicoli

Il Quotidiano della Calabria 16.12.2006

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