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Il Quotidiano della Calabria 28.7.2005.

Esegesi dell’arte

Il ruolo delle opere d’arte, le ridondanze, la configurazione in equilibrio nelle zone d’interesse

           QUALE MUSEO ALL’APERTO PER LA CITTA’ DI COSENZA?

 

 

 

Arrivo delle opere di Sosno a Cosenza

foto tratta dal sito www.comune.cosenza.it

 

Pietro Consagra - "Paracarri"

 

Emilio Greco - "Bagnante"

foto tratte dal sito    www.riccispaini.it

 

 

 

Mimmo Rotella  - " Rinascita"

 

Mimmo Paladino - "Elmo Arcaico"

 

 

Amerigo Tot - "Catena spezzata"

 

 

 

Dopo il San Giorgio di Salvador Dalì attendono di essere sistemate nel Museo all’aperto di Cosenza anche le opere ispirate ai Bronzi di Riace di Sacha Sosno, che non sono di “taglio surrealista”, come qualcuno ha impropriamente scritto, ma ricollegabili alla poetica del Nouveau Réalisme, il gruppo fondato da Pierre Restany sostenitore di un’iconografia dell’era consumistica e mediatica.

Mentre il MAP segna una momentanea battuta d’arresto dovuta all’esigenza di riconsiderare la sistemazione delle sculture già donate da Carlo Bilotti, forse è opportuno riflettere su alcune questioni d’indirizzo generale e sulle modalità d’allestimento del museo stesso.

Fin da subito siamo stati in molti a ritenere che i basamenti in vetro su cui poggiano le opere di Emilio Greco e di Pietro Consagra fossero troppo luminosi e formalmente inadeguati alla loro funzione. Perplessità a dire il vero condivise sia dall’architetto Mosè Ricci, ideatore delle basi, ma insoddisfatto della loro realizzazione,  che dallo stesso Carlo Bilotti, preoccupato anche della messa in opera dei sistemi di sicurezza.

Mi rendo conto della provvisorietà di questi primi interventi, che dovranno dunque essere rimodulati e perfezionati; ma a fronte di un progetto tanto ambizioso è meglio assumere decisioni preventivamente ponderate, frutto di rigorose valutazioni e all’interno di un indirizzo metodologico e di merito.

Intanto non vorrei che dopo l’eccitazione toponomastica a Cosenza ci si accendesse di eccitazione tecnologica, perdendo di vista la centralità che le opere d’arte devono avere in un museo. Gli allestimenti devono rispettare l’opera, mettersi al servizio di essa. Le basi devono essere minimali e non ridondanti di segnali visivi e acustici. Esse sono comprimarie e non devono occupare la scena più di tanto. Ho espresso qualche perplessità nelle sedi opportune circa i dispositivi tecnologici interattivi ai quali si sta pensando per il MAP. Pur essendo personalmente affascinato dalle innovazioni tecnologiche e dall’idea di disporre di impianti audio, che diffondano testi parlati e brani musicali, non posso sottovalutare la confusione acustica e visiva che ne deriverebbe, per via dei rischi di attivazione continua o involontaria dei dispositivi sonori, comunque, interferenti più che interagenti. Bisogna allora che l’interattività possa essere cercata senza interferire con l’assoluta identità delle opere d’arte. Il momento didascalico deve avvenire con discrezione, in contiguità con l’opera ma non in sovrapposizione con il momento della fruizione, che deve favorire la riflessione interiore. L’arte richiede silenzio.

Le opere d’arte sono esse stesse momento alto di comunicazione ed interazione, in quanto forma di supercomunicazione, di riflessione e di empatia già assolta alla fonte dall’artista.

Se mai la tecnologia elettronica, proprio per il suo carattere meno invasivo e più soft, può rendere meno visibili e percepibili gli interventi di corredo di un museo a partire dagli inevitabili dispositivi di controllo e di supervisione dell’area, attraverso telecamere e sensori di rilevamento degli atti vandalici ed, eventualmente, con dissuasori discreti.

Le opere devono dislocarsi fra la gente con naturalezza, creare familiarità. La centralità deve rimanere ad esse, agli artisti e ai contenuti artistici di un’operazione che ha la sua peculiarità proprio nella concentrazione di grandi maestri del Novecento. E per far conoscere alla gente la storia, la vita e l’opera degli autori, occorrono iniziative divulgative (pubblicazioni, incontri, visite guidate, conferenze, servizi televisivi), utilizzando materiali didascalici tradizionali (pannelli, schede, guide) e innovativi (sobrie stazioni multimediali).

L’identità di un museo è data dagli artisti che vi sono rappresentati, dal taglio storico-critico, dai livelli di qualità, da scelte di ordine simbolico-formale. Le proposte e le valutazioni di una commissioni di esperti devono indirizzare più che seguire il progetto stesso di Museo all’aperto.

Non un museo qualunquista, dunque, ma una raccolta mirata, di livello alto come le opere già esistenti di Mimmo Rotella e Mimmo Paladino e quelle donate da Carlo Bilotti

C’è, infatti, la questione dei monumenti esistenti in altri luoghi della città e di interventi in altre piazze e spazi pubblici. Non sarebbe credibile, infatti, un Museo all’aperto che sbilanciasse l’immagine della città, con luoghi e opere d’eccellenza da un lato e zone di mediocrità dall’altra, ovvero spazi di serie A e spazi di serie B.

Il MAB (Museo all’aperto Bilotti), che riguarda il tratto di Corso Mazzini, deve essere un modello di qualità per l’intero MAP  disseminato in tutta la città.

Ci sono a Cosenza opere di pregio, che meritano attenzione e rivalutazione (in alcuni casi, anche urgenti interventi di restauro) come la Catena spezzata di Amerigo Tot nel Vallone di Rovito, la Madonna di Pietro Canonica in Piazza Loreto, le Colombe della Pace di Cesare Baccelli su Viale Giacomo Mancini.

Di contro, nel passato remoto e recente, interventi assai discutibili hanno deturpato angoli importanti della città. Su quale via si vuole proseguire?

Anche in vista di un possibile riconoscimento dell’UNESCO Cosenza deve esibire una sua complessiva coerenza storica e formale, in una visione unitaria dei segni del passato e di quelli presenti, senza lacerazioni nel tessuto urbano, col dovuto dialogo fra centro storico e città nuova.

tonino sicoli              

 

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