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Massimo Di Stefano

 

Poetiche e politiche culturali del contemporaneo

 

 

(cliccare sulle immagini per ingrandirle)

 

 

mostra del Nouveau Realism

galleria AR&S - catanzaro 1999

 

 

 

 

 

 

 

 

catalogo della mostra di Mimmo Rotella

museo civico - rende 1996

 

 

 

 

 

p. restany - s. abramo - m. rotella

complesso del San Giovanni - catanzaro 1999

 

 

 

 

 

 

 

 

 

opere di Nitsch, Kounellis, Pascali a Moderno Estremo

centro capizzano - rende 1999

 

 

 

 

 

 

 

 

catalogo della mostra Mitici Sessanta

complesso del San Giovanni    catanzaro  2000

 

 

 

 

 

 

 

 

t.sicoli - f.crispini - a. bonito oliva

università della calabria - rende 1991

 

 

 

 

 

 

 

 

f.caldarola - f. menna - t. sicoli

cosenza 1983

 

 

 

 

 

 

p.cinanni-t.sicoli-f.portone-a.acri-r.pisano

inaugurazione Silarte  - Abbazzia Florense - s.giovanni in fiore  1981

 

 

 

 

 

 

f.correggia-t.sicoli-g.giangreco-francomà-l.magli-f.tarsia

cosenza 1984

 

 

 

 

 

 

catalogo della mostra I postmeridionali

centro di sarro - roma  1984

 

 

 

e.crispolti-m.parentela-a. di sarro-t.sicoli-f.menna

inaugurazione   I postmeridionali

centro di sarro - roma  1984

 

 

 

 

 

f.correggia-t.sicoli-g.telarico-t.pingitore

inaugurazione Maledizione e riscatto  aprigliano  1984

 

 

manifesto della mostra Fall-Out

catanzaro  1985

 

l.magli-t.sicoli-f.haks-f.pellegrino-g.perretta-francomà

inaugurazione    Fall-Out

catanzaro  1985

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

n.carrino-a.l.perfetti-g.telarico-t.sicoli-m.distefano-l.ladaga-b.iadarola-n.ladaga

diamante  1995

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

g.peruz-t.sicoli-m.rotella-r.barilli

mostra di Rotella

museo civico - rende   1996

 

 

i.valente-s.abramo-a.loiero-g.martino-g.ceraudo-t.sicoli

inaugurazione del complesso del San Giovanni - catanzaro  1998

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

catalogo della mostra Moderno Estremo

centro capizzano - rende 1999

 

 

g.telarico-l.magli-m.f.amendola-g.gallo-t.sicoli-g.dessì-v.bonomo-a.viapiana

rende  1999

 

m.rotella-n.m. de angelis-l.trieste-t.sicoli

inaugurazione Mitici Sessanta complesso del San Giovanni

catanzaro  2000

 

 

 

 

g. gallo - f. principe - t. sicoli

centro capizzano  -  rende  2001

 

 

c.tacchi-m.rotella-b.ceccobelli-p.laudisa-l.magli

inaugurazione Camere con vista

centro capizzano  -  rende  2001

 

 

m.parentela-t.sicoli-a.capasso-a.viapiana-v.verrastro

catanzaro  2003

 

 

 

e.catizone-s.principe-t.sicoli-m.rotella-g.mancini

inaugurazione della scultura di Rotella  piazza XI settembre - cosenza  2002

 

 

t.sicoli e c.f.bilotti

inaugurazione Da Picasso a Warhol

complesso di S.Agostino - cosenza  2005

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

m.brunetti - a. masi

centro capizzano - rende  1998

 

 

 

 

 

 

 

 

m.rotella-l.magli-m. di stefano

centro capizzano -  rende 2001

 

 

 

 

 

e.rizzuti-l.caruso-t.sicoli-v.cappelli

centro capizzano -  rende 2001

 

 

 

 

 

 

 

t. sicoli - e. crispolti - v. cappelli

pinacoteca A.Alfano

castrovillari  2002

 

 

 

 

 

 

 

 

 

k.nussbaumer-francomà-m.nussbaumer-l.magli-t.pingitore-r.pangaro-l.malice    m.distefano-t.sicoli

maon   2005

 

 

 

 

 

 

 

 

POETICHE E POLITICHE CULTURALI DEL CONTEMPORANEO

 

 

Sul finire degli anni Quaranta, e per tutti gli anni Cinquanta, la poetica dell’informale europeo quanto quella dell’espressionismo astratto americano, trovano un comune denominatore nel rifiuto della tecnologia e della produzione industriale a favore di una tendenza che vuole porre in primo piano l’espressione soggettiva dell’individuo attraverso il binomio arte-vita, attitudine modernista accolta fin dai primi anni Sessanta anche dalla neo-avanguardia che porterà tale assunto a diverse forme di spettacolarizzazione estetica. Il superamento dell’esperienza informale da parte della nuova generazione artistica, nasce dalla riconsiderazione del pensiero dadaista che si fa interprete dell’esaltazione della casualità, della volontà provocatoria nei confronti delle convenzioni e dei pregiudizi sociali, mediante una totale svalutazione della manualità, che tanto era connaturata all’atto artistico tradizionale. L’artista è ora invece assimilabile ad una sorta di demiurgo il quale, grazie alla creatività delle sue idee, può trasformare gli oggetti più comuni e banali in eventi dotati di qualità estetiche.

Gli esempi di Klein e Manzoni sono emblematici nell’ambito di questa esaltazione della qualità concettuale dell’opera d’arte. L’azzeramento in pittura, l’adozione della monocromia, ma soprattutto l’esibizione del corpo e dello sconfinamento quindi dell’opera artistica in un spazio di tipo teatrale, anticiperanno quelle che diventeranno successivamente le caratteristiche fondamentali della body art negli anni Settanta.

Negli happenings, o nei concerti-fluxus, che si presentavano in forma estemporanea con un largo spazio lasciato alla casualità e all’improvvisazione, fin dai primi esperimenti della fine degli anni Cinquanta di Cage, Kaprow, Rauscheberg, La Monte Young appare evidente la tematica prevalentemente incentrata sul rapporto conflittuale tra l’individuo e gli oggetti. In particolare, la rappresentazione di un antagonismo di fondo tra la libertà dell’individuo agitato da impulsi, mosso da desideri, e il mondo degli oggetti e della produzione che lo assediano in un abbraccio stritolante.

A differenza dell’happening, la body art non tende a coinvolgere lo spettatore, ne si affida all’improvvisazione. Si attiene invece, ad un preciso rituale meticolosamente preordinato. Il body-artista è al tempo stesso soggetto e oggetto dell’operazione artistica, e tende a stabilire con il pubblico un rapporto che si carica di forti tensioni psicologiche non prive di risvolti sado-masochistici. L’esibizione narcisistica del corpo, da Gina Pane a Herman Nitsch, fino a Marina Abramovich e Vito Acconci, spesso accompagnata da atti di autolesionismo, trasforma quella che era la provocazione tutta mentale dei dadaisti in vera e propria aggressione dello spettatore.

Il fenomeno artistico della pop art da Wharol a Dine, da Lichtenstein a Segal, si sviluppa pienamente negli Stati Uniti per tutti gli anni Sessanta caratterizzandosi, in generale, per la perdita di ogni riferimento all’emotività soggettiva e al gesto lirico-drammatico e per la vasta utilizzazione, apparentemente neutra, di immagini e oggetti legati alla comunicazione di massa e alla vita quitidiana. A Roma, dove era già fiorita una notevole “succursale” della pop art, sia pure con carattere autonomo e dotata di una forte vitalità, soprattutto intorno alla Galleria La Tartaruga, si distinguono le personalità di Rotella, Schifano, Angeli, Festa, Ceroli, Tacchi, Lombardo, Mambor.

Un altro modo per reagire al romantico soggettivismo comune tanto alle poetiche dell’Action Painting che a quelle dell’Informale, è rappresentato del Minimalismo promosso da artisti americani quali Morris, Judd, Flavin, Andre e Sol Lewitt. Una caratteristica di questa tendenza è quella di non potersi catalogare secondo le etichette tradizionali di pittura o scultura: le opere minimaliste sono infatti a cavallo fra i due modi operativi e spesso occupano lo spazio in modo tale da qualificarsi come vere e proprie operazioni di environment. Un’altra caratteristica della minimal è quella di ridurre le forme ad una sorta di grado zero del linguaggio, ovvero a solidi geometrici elementari, spesso di dimensione gigantesca o ripetuti fino ad ingombrare anche grandi spazi. Per molti aspetti questa assoluta geometrizzazione dell’esperienza estetica sembrerebbe avvicinare il minimalismo alla poetica della Op Art che si sviluppa parallelamente in quegli anni. Ma in realtà il Minimalismo polemizza apertamente con l’Optical Art che persegue artifici di tipo illusionistico. Obbiettivo dichiarato dei Minimalisti è l’attivazione dei sensi e dalla capacità di reazione dello spettatore. In Italia l’esperienza minimalista trova in Lo Savio un referente se non addirittura un anticipatore, così come in Uncini e Carrino che operano attraverso soluzioni di rigorosa geometria costruttiva, mentre Bonalumi e Castellani producono un’alternanza regolare di sporgenze e rientranze della superficie della tela attivandone il campo plastico visivo.

Con la Land art l’artista non si misura più con la parete e con lo spazio della galleria, ma con gigantesche porzioni di territorio in una sorta di confronto-scontro tra uomo e natura. Nella Land art confluiscono le elemetarietà di forme ed il gigantismo che facevano parte delle aspirazioni di fondo dei minimalisti, l’aspirazione ad abbandonare l’angusto spazio in cui tradizionalmente è stata relegata l’opera d’arte per proliferare ed abbracciare ambienti incontaminati. Operazione quindi di grande impegno fisico ed economico vedono Walter De Maria, Gerry Schum, Christo, Richard Long affrontare luoghi inediti per l’operazione artistica.

Il crescente disinteresse degli operatori visuali per la produzione di opere d’arte come oggetti, reazione ed attacco nei confronti della mercificazione dell’arte, genera la “smaterializzazione” dell’opera. Nasce l’Arte Concettuale che comporta una esaltazione del momento ideativo a tutto svantaggio della sua concretizzazione in prodotti ed oggetti. Sol Lewitt in uno scritto del ’67, Paragraphs o Conceptual Art, precisa gli obbiettivi del proprio lavoro e fornisce la definizione che mette in luce l’aspetto centrale di tutto il movimento. Da Kosuth a Bochner, da Nonas a Weiner, fino a Prini e De Dominicis, l’arte concettuale dominerà la scena artistica degli anni Settanta.

In Germania la figura di Beuys ed in Italia il gruppo di artisti definiti “Arte Povera”, diversamente dai concettuali americani o inglesi, tanto Beuys che gli esponenti dell’Arte Povera non rifuggono dall’introdurre nelle loro opere o performance elementi materici e anzi spesso si tratta di materiali “poveri” ovvero di materie organiche come il legno, la cera, il miele, il muschio, la pelle, né escludono l’intervento manuale dell’artista stesso, ma questa irruzione della materia e dell’intervento dell’artista si accompagna sempre ad una forte concettualità. E’ la serrata dialettica tra “fisicità” ed “invenzione”, fra “natura” ed “artificio” che rende questi artisti da Pascali, Kounellis, Merz, a Pistoletto, Paolini, Penone, Fabro, Boetti, Zorio, Calzolari, tanto più stimolanti sul piano dei risultati e delle proposte.

Con Beuys fanno invece il loro ingresso i temi di tipo ecologico legati ad una esplicita critica alla rigida meccanicità del mondo industriale.

Fra gli anni Sessanta e gli anni Settanta si assiste anche al ritorno dell’avanguardia, sia in America che in Europa, dei mezzi tradizionali della rappresentazione artistica: la pittura. Definita ad esempio, Astrazione analitica o Pittura pittura o Support/Surface, quando definisce un attegiamento critico-analitico circa il procedimento stesso del dipingere. Affinchè l’evidenza dimostrativa di tale analisi non sia ostacolata da interferenze di tipo soggettivo, i protagonisti di questa linea si inibiscono a qualsiasi abbandono lirico, espressivo o gestuale, limitandosi ad interventi elementari o programmati in ogni dettaglio, come in Ryman o in Niele Toroni o in Griffa, Verna, Viallat, Gastini.

Il ritorno alla tela ed al pennello è solo una delle conseguenze del diffondersi anche in pittura della tematica post-moderna. Sul finire degli anni Settanta si assiste infatti anche ad un ritorno della figurazione spesso accompagnata da una disinibita riappropriazione di iconografie e di tecniche della tradizione artistica premoderna. La nota psicologica dominante sembra essere la nostalgia o comunque lo sforzo di trovare un canale di comunicazione tra presente e passato. La rivisitazione del Museo attraverso opere eseguite con l’impeccabile tecnica accademica tipica del Rinascimento, del Barocco, del Manierismo, del Neoclassicismo. La Pittura colta o Anacronismo o Citazionismo, vede così artisti come Mariani, Di Stasio, Bartolini, Galliani, riproporre una pittura ispirata ai più diversi stili del passato. Ma se la Pittura colta rimane prevalentemente un fenomeno italiano, la Transavanguardia, altra corrente italiana ma dagl’esiti internazionali, propone sì un ritorno al quadro, alla figurazione, alla rivisitazione del passato, della tradizione, non guardando però al passato remoto e accademico prediletto dalla Pittura colta, ma ad un passato prossimo in cui compiere libere scorribande, optando prevalentemente per le tecniche espressioniste. Ne scaturisce una pittura disarmonica e aggressiva, fatta di impasti ricchi di materia, di accostamenti cromatici stridenti, una pittura nomade, ecclettica, in cui è implicita anche la critica del progresso, prevedendo l’arte come unica realtà di rinnovamento, arte che diventa quasi un’ultima frontiera, il limite territoriale entro cui è possibile muoversi: l’autarchia dell’arte e la mancanza di progettualità, diventano così le caratteristiche preponderanti della Transavanguardia espresse da Cucchi, Paladino, Chia, Clemente e De Maria. Bonito Oliva, teorico del movimento, precisa il dato depressivo di questa corrente pittorica, consistente nella sfiducia verso il futuro: tutto questo a causa dell’assenza di modelli progettuali e di trasformazione.

Se per la Transavanguardia questa scelta neo-espressionista significa per tanti aspetti, rinnegare le proprie radici italiane, per i pittori tedeschi significherà invece ritrovare la più autentica identità storica. Di qui la maggior diffusione e virulenza in Germania della fiammata espressionista. I Neo-espressionisti tedeschi, spesso etichettati come Nuovi Selvaggi, da Baselitz a Penck, da Lupertz a Hodicke, forzano ancora più i toni con dissonanze cromatiche ancor più stridenti e aggressive, formati monumentali, figurazioni rozze e brutali. Anche in America pittori come Schnabel, Borofsky, Salle, verranno spesso accomunati alla Transavanguardia.

Dal finire degli anni Ottanta a tutt’oggi, l’arte rivendica la libertà di sconfinamento verso altre arti, la possibilità di una operatività non vincolata da barriere linguistiche. Il rifiuto di un ruolo preciso, anti-ideologico, sono le eredità acquisite dalle esperienze della postmodernità. L’estetica relazionale invece, introdotta dalle neo-avanguardie negli anni Sessanta e Settanta, in cui “l’opera aperta” era sottoposta ad un cambiamento continuo per la presenza dello spettatore, viene riscoperta nella sua totalità. L’arte contemporanea sente il bisogno di produrre opere in presenza ed in partecipazione diretta e offrirsi come medium comportamentale più che visivo, come gesto, come ricognizione del proprio essere, nei confronti del mondo. Assistiamo a nuove modalità di performance per via mediale in cui gli artisti da Damien Hirst a Mariko Mori, da Wurm a Slominsky, Pipilotti Rist, Toderi, Bonvicini fino a Cattelan, registrano gesti performativi e sequenze di azioni, creano microcosmi di convivenza con attegiamento spoglio, essenzializzato, neoconcettuale. Lo strumento tecnologico, il video, la fotografia, l’uso incondizionato di media diversi, diventano perciò protesi corporee per analizzare la dimensione reale, per osservare e scomporre i gesti della quotidianità.

 

Non al di fuori di tali contesti possiamo verificare l’operato e i significati espressivi e contenutistici di un primo nucleo di artisti acquisiti dal MAON, a rappresentare le presenze e gli esiti di un territorio.

L’istituzione delle Accademie di Belle Arti in Calabria, a Reggio verso la metà degli anni Sessanta, e a Catanzaro nei primi anni Settanta, vitalizzano un fare creativo più conscio e motivato, grazie anche alla presenza di artisti provenienti da Napoli come Ugo D’Ambrosi e Luigi Malice a Reggio Calabria, Enrico Bugli, Gianni Pisani, Toni Ferro, ma soprattutto Carmine Di Ruggiero a Catanzaro per il suo contributo didattico. In questi luoghi deputati si forma la nuova generazione di artisti calabresi.

L’Accademia di Catanzaro dagli anni Ottanta è teatro anche di alcuni eventi culturali che tentano di attivare nuove strategie e collegamenti con ambiti esterni. Promotore di questi fermenti è Toni Ferro, artista utopico e dal forte spirito anarchico, che incessantemente si prodiga  per affermare un’arte senza frontiere né condizionamenti.

Importante per la formazione delle nuove generazioni è la nascita a Cosenza negli anni Settanta del Liceo Artistico, che sotto la direzione di Franco Lupinacci e con l’apporto di alcuni docenti  militanti (Baccelli, Sicoli, Telarico, Flaccavento, Anelli, Miglietta) nell’ambito della contemporaneità, contribuisce alla sprovincializzazione culturale  e all’affermarsi crescente di un interesse verso le problematiche più attuali.

La costituzione dell’Università della Calabria con il DAMS rappresenta un ulteriore apporto al dibattito culturale ma ci vorranno anni prima che esca dal suo “guscio” per misurarsi con la realtà del territorio.

Fuori dagli ambiti “accademici”, intanto, si fa strada una situazione di grande vitalità. Tonino Sicoli è senz’altro il critico “ufficiale”, per così dire, di una tendenza che propone il superamento di barriere regionalistiche in campo estetico, al fine di inserire finalmente, la Calabria, come interlocutrice attiva nel dialogo artistico nazionale. Sicoli collabora prima a “L’Unità”, poi, a “Paese Sera”, che con l’edizione calabrese, dal 1979 al 1983, è il primo quotidiano nazionale ad aprire le proprie pagine alle espressioni culturali della regione. A coordinare la pagina dell’arte del quotidiano romano c’è Filiberto Menna, autorevole critico d’arte dell’Università di Roma e teorico della linea analitica dell’arte moderna. Il sodalizio fra Menna e Sicoli  è il primo rapporto importante che si registra fra la critica d’arte “nazionale” e la critica “di frontiera” in Calabria, regione fino ad allora tagliata fuori dai grandi circuiti della comunicazione e della produzione di eventi d’arte.

Dagli anni ottanta in poi si afferma una produzione artistica con identità propria capace di dialogare, per capacità, sperimentazione linguistica, autonomia espressiva, sia a livello nazionale che internazionale.

Mentre a Catanzaro fra l’’83 e l’’84, su iniziativa di Luigi Magli, Franco Correggia e Vincenzo Trapasso prende vita lo spazio autogestito Studio Garage, con mostre come quella di Figuration Libre, di Arnulf Rainer e di Carmine Di Ruggiero, numerose sono le rassegne ordinate criticamente da Sicoli a partire dai primi anni Ottanta: Dentro/Fuori ad Aprigliano (1982), con presenze importanti come quella di Antonio Marasco e Mimmo Rotella; Dai margini…l’arte, a Luzzi (1983) con opere di Berlingeri, Correggia, Magli, Francomà, Attivissimo, Pingitore, Telarico, Toscano; La città infelice…e l’immaginario, con Mimmo Rotella, Fernando Miglietta e un’introduzione di Filiberto Menna, ad Aprigliano (1983); I post-meridionali al Centro “Di Sarro” a Roma (1984), con due padrini come Filiberto Menna ed Enrico Crispolti e sette artisti come Correggia, Cosentino, Francomà, Lupinacci, Magli, Parentela e Trapasso; Fall-Out a Catanzaro (1985), pensata con i critici Peter Weiermair e Franz Haks in collaborazione con i collezionisti bolognesi Fernando Pellegrino e Augusto Iaccarino, che vede artisti calabresi quali Magli, Correggia, Francomà, in un confronto internazionale con esponenti di dodici nazioni fra cui Barcelò, Mosbacher, Frank, Futura 2000; I luoghi di Iride a Palmi (1987) con artisti che trattano il “paesaggio” e lo “spaesamento”: Angeli, Angerman, Benuzzi, Binga, Correggia, De Mitri, Dominelli, Frank, Francomà, Magli, Maiorano, Mosbacher, Parentela, Perrone, Schifano, Telarico.

Nello stesso anno la Calabria, con Correggia, Francomà, Magli, Parentela, Pangaro e Telarico, è rappresentata al Castello Aragonese di Taranto alla rassegna Mare Nostrum, curata da Franco Sossi assieme a Sicoli, Battarra, Cardone, Fizzarotti e Frazzetto in risposta alla Ricognizione Sud della IX Quadriennale Romana (1986) alla quale, anche se erano presenti i calabresi Pangaro, Fullone, Trapasso e Berlingeri, veniva rimproverata scarsa rappresentatività della realtà regionale.

Anche le nuove tecnologie trovano attenzione in una rassegna di installazioni video, La Natura Elettronica, che si tiene a Cropani (1988) con  la partecipazione di Giancarlo Cauteruccio, Silvano Onda, Ida Gerosa, Toni Ferro.

La giovane generazione artistica si caratterizza per forza creativa, attualità e originalità di linguaggio, attraverso una pittura libera vicina e parallela alla Transavanguardia. Oltre alla presenza di Luigi Magli e di Francomà, Franco Correggia propone una pittura in cui forza vitale ed energia immateriale si fondono nell’aspirazione del genere umano di affermare una nuova realtà purificata attraverso la natura, una profonda interiorizzazione che sfocerà più tardi verso una spazialità ricca di umori, una capacità narrativa da cui emerge la forza poetica ed evocativa della parola. La pittura di Rocco Pangaro è vissuta, invece, come territorio profondo della sensibilità, una condizione di astrazione spaziale, di pittura come campo, come tessuto dinamico di rapporti che trovano la loro costante visiva in una pittura materica in cui pietre e specchi ne caratterizzano umori e identità .

Nel 1986 a Lamezia Terme Filiberto Menna e Tonino Sicoli curano al Chiostro Vescovile la retrospettiva di Luigi Di Sarro, morto tragicamente nel 1979, artista di origine lametina ma attivo a Roma, dove aveva insegnato all’Accademia di Belle Arti.

Sicoli cura anche alcuni documentari della Rai sulla situazione artistica calabrese, soprattutto Dentro/Fuori (1983) che ripiglia  il tema della mostra di qualche anno prima, e Marasco Futurista Dissidente (1986); come pure Marcello W. Bruno, che sempre per la Rai, realizza i cortometraggi Territori di caccia (1985) sulle performances di Francomà, e L’animale dipinto (1987), sulla figura di Luigi Magli.

Nel 1987 Sicoli pubblica il libro Arte e dintorni, in cui vengono raccolti  interventi sulle varie espressioni della creatività, dalla pittura alla scultura, dal teatro al cinema, dalla fotografia alla computer-art, maturate attorno all’esperienza dei Magazzini Voltaire, un centro d’arte lametino collegato all’ARCI, presieduta all’epoca da Nuccio Iovine. Nella prefazione Filiberto Menna sottolinea il risultato di una esperienza compiuta da un intellettuale meridionale che ha scelto “la stanzialità e non la fuga, l’impegno quotidiano dentro una realtà culturale e sociale difficile, vivendolo, tuttavia, senza vittimismi, anzi con un atteggiamento di sana e robusta fiducia nelle possibilità dell’arte come strumento di comunicazione e di trasformazione.” Questo volume di Sicoli assieme ai cataloghi delle mostre da lui curate, sono le prime pubblicazioni che documentano scientificamente le presenze artistiche nella Calabria del dopoguerra.

Se negli anni Ottanta prevale la tendenza a superare l’isolamento attraverso un’aggregazione fuori da affinità poetiche, ma finalizzata all’organizzazione collettiva, negli anni Novanta si delinea maggiormente il rigore operativo dei singoli artisti, con una selezione progressiva, che privilegia percorsi professionali più qualitativi. Avviene anche una maturazione di proposta critica più attenta alla ricostruzione storica recente e a contesti di maggior respiro.

Intanto al Museo Civico di Rende, con la consulenza di Tonino Sicoli, comincia una proficua stagione di mostre istituzionali che rilanciano i migliori artisti del Dopoguerra calabrese.

La prima proposta è Le muse inquietanti (1990), in collaborazioni con Federica di Castro, Barbara Tosi, Elena Pontiggia e Anna D’Elia, mostra al femminile che presenta opere di Binga, Bentivoglio, Berardinone, Ricciardi, Ratti, Morales, Romanello….

Segue nel 1994 Scrittura - Materia / Materia – Scrittura, curata da Luciano Caruso, Stelio M. Martini e Sicoli che presentano una rassegna di poesia-visiva in chiave scultorea. Fra gli artisti presenti il catanzarese Mario Parentela rappresenta una figura di rilievo della ricerca verbo-visuale, che pratica fin dagli anni Settanta con partecipazioni alle più importanti  rassegne nazionali di tale tendenza.

Intanto nel 1991-92  parte un interessante progetto promosso dal CUD (Consorzio per l'Università a distanza), che sotto la direzione di Franco Lata affida ad un Comitato Scientifico presieduto da Maurizio Calvesi e composto da Simonetta Lux, Tonino Sicoli, Valentina Valentini, Giulio Telarico e Aldo Presta, un lavoro di ricerca sull'arte in Calabria nella seconda metà del Novecento. Vengono censiti circa cento artisti e si pensa anche ad una mostra, Avvicina, che tuttavia, a causa della crisi del CUD, non vedrà mai la luce.

Nel 1995 il Museo Civico di Rende dedica un’antologica a Luigi Magli, curata da Tonino Sicoli e da me, in cui la personalissima esperienza della pittura degli anni Ottanta, una pittura densa, gestuale, costruita sui neri, sui grigi, sui viola, in cui aleggia “la bellezza, l’eternità e la morte, il movimento, la passione e il trascorrere del tempo”, come sottolineava Wilfried Skreiner, si confronta con i paesaggi più mentali, ottenuti attraverso una sorta di ispessimento della superficie: colate di cera che contengono un nuovo modo di prendere possesso dello spazio, visioni dal chiarore lunare, dal potere di diffusione, di osmosi, degli anni Novanta.

Tonino Sicoli con Enrico Crispolti cura, nel 1995, presso il Museo di Rende, l’antologica dedicata al futurista calabrese Antonio Marasco, ponendo così l’attenzione dovuta ad un movimento a sua volta attento alla condizione meridionale, attivo attraverso iniziative periferiche che aggregavano artisti e intellettuali attorno all’ideale di un rinnovamento dell’arte. Ricostruire la vicenda di Marasco è quindi un importante contributo critico per ampliare la conoscenza dell’avanguardia italiana.

In virtù di questo clima propositivo si registra l’attività del Laboratorio di poesia e arti visive, incentrato soprattutto sulle figure di Salvatore Anelli e Franco Flaccavento, artisti siciliani trapiantati a Cosenza, dove conducono una intensa ricerca artistica e dove si prodigano anche come organizzatori di eventi culturali.

Con la loro collaborazione nel 1995, presso il Museo Civico di Rende propongo una mostra dal titolo Moto a luogo, in cui gli artisti invitati (Anelli, Carrino, Flaccavento, Nunzio, Magli, Laudisa, Iadarola, Telarico) intervengono con installazioni che segnano un percorso espositivo che supera gli spazi fisici del museo per dialogare con il territorio e con l’architettura storica.

Del 1996 è l’antologica dedicata da Rende al più grande artista calabrese, Mimmo Rotella. Curata da Renato Barilli e Tonino Sicoli, la mostra celebra per la prima volta in Calabria, il maestro catanzarese esponente del new dada internazionale e inventore del décollage..

E’ lo stesso Sicoli insieme Pierre Restany a riproporre nel 1999/2000 un’altra grande antologica di Rotella a Catanzaro, presso il Complesso monumentale del San Giovanni. Tributi doverosi ad uno dei massimi artisti italiani viventi, che a partire dagli anni Cinquanta ha segnato profondamente le vicende dell’arte con il suo spirito innovatore, provocatore, sempre attento ai mutamenti dei linguaggi, all’immagine urbana, all’influenza dei media e della pubblicità.

Nel 1996 esce Conversarte. La Calabria e il novecento artistico una raccolta di saggi, frutto di una serie di conferenze tenutesi al Museo Civico di Rende nel 1994 che avevano preso in esame appunto il periodo che va dalla fine dell’Ottocento ai giorni nostri. Gli interventi sono di Maria Pia Di Dario Guida, Tonino Sicoli, Marcello W. Bruno, Maria Brunetti, Alessandro Masi e di chi scrive.

Sempre nel ’96 Opere a segno, curata da Lucia Spadano, espone la collezione della Fondazione Segno con lavori che vanno da Beuys a Pistoletto, da Boetti a Zorio, da Castellani a Kounellis, da Merz ad Accardi e Ontani, fino ai calabresi Magli, Francomà, Telarico, Zaffina.

Nello stesso anno sempre al Museo Civico viene condotta una esperienza di museo-laboratorio da Giulio Telarico, artista dalla ricerca attenta, continua ed elegante, che presenta una mostra di sue opere segniche, ponendosi anche come operatore culturale che, attivandosi nel sociale, produce una partecipazione attiva ed una riappropriazione dello spazio artistico.

La svolta avviene però con la nascita del Centro “Achille Capizzano”, che inaugura a Palazzo Vitari una fase di mostre importanti che guardano all’arte contemporanea, inserendo anche i fenomeni ragionali nel contesto più ampio dell’arte internazionale. E’ Sandro Principe,  ex parlamentare e amministratore colto e illuminato, a volere, come già aveva fatto per il Museo Civico, la nascita del Centro “Capizzano”, per la cui istituzione associa intellettuali, docenti universitari e professionisti di rilievo, affidandone la direzione artistica allo stesso Sicoli.

Le prime mostre avvengono in collaborazione con il Museo Civico come quella nel 1997di  Francomà, artista visionario dal costante impegno culturale, protagonista della ricerca calabrese degli ultimi venti anni.

La mostra, curata da Sicoli, ospita anche un mio scritto in catalogo e testimonia una pittura dal continuum incessante di figure e segni che rimandano necessariamente ad un ritmo, ad una pulsazione che si nutre dell’immaginario, del mitico, dell’ancestrale. Una trascrizione di quanto rimanga nel mondo attuale di fantastico, di leggendario, una rappresentazione immaginifica che sembra voler rasentare l’allucinato, oscuro rituale di cerimonie sacrificali e magiche.

Il Centro “Capizzano” diventa ben presto un punto di riferimento per l’arte calabrese e meridionale, con produzioni originali e con l’ingresso nel circuito delle strutture espositive  italiane per l’arte contemporanea. Iniziano anche alcune proposte coraggiose e di livello.

Nel 1999  Palazzo Vitari ospita Moderno estremo, curata da Tonino Sicoli e da me, con la consulenza artistica di Luigi Magli costituisce una riflessione sui percorsi dell’arte contemporanea attraverso la presenza di artisti internazionali già ampiamente consacrati nei musei di tutto il mondo e nelle rassegne più significative, presentati in Calabria per la prima volta, da Fontana a Manzoni, da De Dominicis a Kounellis, da Sol Lewitt, Bochner, Wiener, Long, Nonas, Pascali, Paolini, Nitsch, Paladino, Opie…

Lo stesso team cura nel 2000 Mitici Sessanta al Complesso monumentale del San Giovanni di Catanzaro, ripercorrendo la storia artistica italiana degli anni Sessanta attraverso il lavoro dei suoi protagonisti, da Fontana a Burri, da Rotella a Schifano, da Mauri a Lo Savio, da Pascali a Dorazio, da Carrino a Colombo, da Ceroli a Lombardo, da Castellani a Kounellis. La mostra sempre curata insieme a Sicoli e con la consulenza artistica di Magli, evidenzia la capacità di produzione da parte di realtà periferiche, di eventi difficilmente realizzabili anche nei grandi centri.

L’attenzione del Centro “Capizzano” si rivolge sempre di più a quegli artisti di origine calabrese che hanno trovato una collocazione nelle vicende artistiche nazionali e internazionali.  Nasce anche la collaborazione di Sicoli con la galleria ed editrice Ar&s (che esordisce nel 1999 con una mostra di Marcel Duchamp e una del Nouveau Réalisme)  e l’associazione Luna di Sera (che organizza alcune mostre istituzionali al San Giovanni) di Catanzaro, che sotto la guida di Antonio Viapiana, operano sul medesimo versante culturale.

Nel 2001 è Achille Bonito Oliva a curare con Tonino Sicoli e Angelo Capasso, l’antologica di Giuseppe Gallo, artista cosentino, operante a Roma dagli anni Settanta, protagonista con Ceccobelli, Dessì, Bianchi della generazione successiva alla Transavanguardia, che traduce con libertà espressiva forme e simboli arcaici prelevati dalla memoria, dal passato senza vincoli inibitori. Nella pittura di Gallo figure minime emergono da trame fitte di segno e colore, oppure appaiono da fondi monocromi, immagini che si stagliano spaesanti oltre i confini della superficie per affermarsi nello spazio attraverso un gioco di relazioni tra fantasia e ragione.

Nel 2001 io e Sicoli siamo di nuovo insieme a curare a  Palazzo Vitari di Rende Camere con vista / Lo spazio della luce, una rassegna impaginata attraverso sei mostre personali ‘leggere’, che vogliono dare un saggio di bravura di sei artisti dalla storia individuale e dal destino diversi, ma che hanno contribuito e contribuiscono ancora a tenere alta la tensione della ricerca a testimonianza dell’eterna vitalità dell’arte: Mimmo Rotella, Sergio Lombardo, Cesare Tacchi, Bruno Ceccobelli, Paolo Laudisa, Luigi Magli.

Nell’anno successivo viene presentata, invece, Art Box,  singolare collezione romana di duecento scatole d’artista  raccolte da Franco Nucci, che  per la prima volta vengono presentate in pubblico con due testi in catalogo di Sicoli e Daniela Lancioni. C’è in questa mostra uno spaccato “in piccolo” dell’arte degli ultimi quarant’anni con opere di Accardi, Bonalumi, Carrino, Ceccobelli, Chiari, Dessì, Di Stasio, Dominelli, Gallo, Gilardi, Kounellis, Laudisa, LeWitt, Magli, Mambor, Mauri, Nunzio, Patella, Perrone, Pirri, Puija, Renzogallo, Rotella, Schifano,  Scialoja, Spoerri, Tacchi, Telarico, Tirelli, Uncini, Venet, Zorio….

A Palazzo Vitari transitano in questi anni i migliori nomi dell’arte italiana ed internazionale con una serie di mostre originali prodotte dal Centro “Capizzano”, che vedono la collaborazione di tanti critici d’arte italiani con un’attività editoriale ricca e qualificata come mai si era avuto in Calabria.  

Dal coinvolgimento di alcuni artisti italiani nasce a Rende la Scuola Materna di Commenda, che, progettata da Fernando Miglietta, raccoglie opere di Munari, Patella, Mari, Carmi. L’esperienza di integrazione arte-architettura viene anche presentata in una mostra al Museo Civico di Rende nel 1990.

Questa apertura all’arte contemporanea viene recepita anche dalla committenza pubblica che inizia a commissionare ad artisti di esperienza consolidata opere urbane come l’Elmo arcaico di Mimmo Paladino a Cosenza, il Costruttivo 99 di Nicola Carrino a Vibo Valentia, il monumento a Nicolas Green di Bruce Hasson nel Palazzo del Consiglio Regionale di Reggio Calabria, le fontane di Ugo La Pietra, Alessandro Mendini, Cloti Ricciardi, Paolo Canevari e Nicola Carrino a Lamezia Terme, l’installazione Inondazioni di Fiorenzo Zaffina alla Casa delle Culture di Cosenza. E’ di Sicoli il progetto “La città come museo all’aperto” (2002) che prevede a Cosenza sculture e interventi urbani appositamente pensati da artisti internazionali come Rotella, Kounellis, Nagasawa, LeWitt, Ceroli. L’idea piace al sindaco Giacomo Mancini, che avvia il progetto con la realizzazione di una scultura di Rotella in una delle piazze principali della città. Il progetto viene ripreso due anni dopo, nel 2004, e diventa Map (Museo all’aperto) con le donazioni del mecenate italoamericano Carlo F. Bilotti, che porta a Cosenza sculture di Greco, Consagra, Dalì, Mirò, De Chirico, Manzù, Indiana e Moore, già appartenenti alla sua collezione.

Si esce, dunque, dal localismo chiuso e provinciale per stabilire un confronto aperto con le realtà esterne alla regione, e senza complessi di inferiorità. Anche gli artisti che operano in Calabria e quelli che, pur vivendo fuori vi rientrano periodicamente, guardano a questa terra non più come ad un luogo maledetto,  segnato da esclusioni, abbandoni e rassegnazione, ma come ad una realtà viva che si batte per il suo riscatto.

Questo processo di emancipazione culmina nel 2004 nell’istituzione di un Museo dell’Otto e Novecento, il MAON, che inizia a raccogliere collezioni di opere d’arte degli ultimi duecento anni, a partire proprio dal periodo compreso fra il 1960 e il 2000.

In una regione dove i progetti dei musei d’arte moderna e contemporanea sono spesso velleitari o solo nominali, la nascita del MAON dà concreta risposta ad un bisogno culturale sentito, fondandosi su un’esperienza pregressa e consolidata, con una sede reale in un palazzo del XVIII secolo e con una struttura organizzativa ben collaudata. E soprattutto con opere d’arte e un indirizzo storico-critico.

Si realizza in questo modo una mostra permanente, che documenta una produzione artistica varia e di qualità, che raccoglie artisti della diaspora e artisti stanziali, accanto ad artisti trapiantati o comunque frequentemente presenti in Calabria con opere pubbliche, nel collezionismo, per lavoro o diporto.

Prende corpo così una raccolta che offre uno spaccato della realtà artistica della Calabria, unica nel suo genere per scientificità,  taglio critico e qualità, frutto dell’opera di ricerca e proposta condotta in questi anni.

Nella collezione raccolta a rappresentare l’espressività e gli esiti di un territorio, la regionalità rivela un carattere particolare delle opere, nella loro pur significante distinzione concettuale e poetica, nella loro diversità generazionale e di problematiche dei singoli artisti.  Forza e asprezza di linguaggio, forse, determinano e caratterizzano i contesti. Concetto di regionalità comunque da intendere nel superamento della visione ristretta di appartenenza alla provincia, per rivelarsi nella condizione comunicatrice della contemporaneità dell’arte, in piena aderenza alle ricerche sia nazionali che internazionali, indipendentemente dal vivere o no nella stessa regione calabra. In tal senso esempi lampanti, sin dalla generazione degli anni Dieci, quelli di Rotella e Ruffolo, maestro l’uno delle più avanzate ricerche dell’immagine della contemporaneità, con i suoi riconosciutissimi décollage, icone del Pop europeo, l’altro con la pregnanza del segno grafico rivelatore che ha applicato sia nel design pubblicitario e giornalistico che nella pittura d’illustrazione. Così a seguire, per la generazione degli anni Venti e Trenta in cui l’approccio all’Informale, in chiave naturalistica e materica di Luigi Malice e Ugo D’Ambrosi, si coniuga alle ricerche post-informali gestaltiche di Francesco Guerrieri (artista attivo già nella Roma degli anni Sessanta all’interno del Gruppo 63), alle provocatorie performances antropologiche di Toni Ferro. In ambito figurativo si va dal lirismo mitologico di Aldo Turchiaro, al realismo urbano di Nunzio Solendo, dagli aspetti della quotidianità di Giovanbattista Salatino, al postmodernismo in lettura “new-image” di Franco Toscano.

Un discorso a sé va fatto per Mario Parentela, che nel 1974 promuove a Catanzaro la mostra Scrittura visuale in Italia 1962/74, in cui vengono presentati per la prima volta in Calabria artisti che si muovono fra pittura e scrittura, usando sia immagini che parole. Nella sua ricerca artistica Parentela passa attraverso le contaminazioni di altri linguaggi, cancella, destruttura, riscrive, scarabocchia, assembla fogli e foglie, cattura immagini ready made, costruisce pitture-oggetti.

Più articolate sono infine le ricerche delle generazioni degli anni a seguire. Risultano misurate e matericamente espresse le composizioni di Franco Flaccavento, confrontate al contesto ambientale quelle di Salvatore Anelli, bilanciate per forma e colore quelle di Giulio Telarico, tutte orientate all’invasione dello spazio.

Si evidenziano per qualità visionaria e narrativa i “paesaggi mentali” di Magli, le suggestioni metamorfiche di Pangaro, il primitivismo ancestrale di Francomà, la totale fisicità pittorica di Correggia, la raffinanta scrittura di Parentela, la sintesi astratto-espressionistica di Antonio Puija Veneziano, come il mondo magico di Paolo Pancari Doria e le rappresentazioni “poveristiche” di Tarcisio Pingitore, testimonianze importanti e sicure di un’avanguardia affermata all’interno di una regione. Ad essa corrisponde una altrettanto agguerrita compagine operante al di fuori dei luoghi d’origine, nei centri più vivi del dibattito nazionale ed internazionale.

Restano sperimentali le ricerche formali di Luigi Di Sarro, che incessantemente spinto da una forte tensione intellettuale, attraversa le poetiche degli anni Settanta con lavori e riflessioni diverse ma riconducibili ad una concettualità espressa attraverso l’impiego di materiali vari.

L’opera di Alfredo Pirri offre punti di vista molteplici in relazione allo spostarsi nello spazio. Per Pirri, infatti, il compito politico dell’arte è questo: “…testimoniare un’alterità irraggiungibile che si rifonda in continuazione ad ogni spostamento conciliatorio del nemico”. Nei lavori più recenti l’artista indaga il rapporto di interazione fra luce e opera, agendo sulla percezione dei materiali e sullo stupore provocato al fruitore da ambientazioni suggestive e stranianti.

Dalla pittura di Gallo emerge un’energia mentale che relaziona ed equilibra le forme; le stesure di Pietro Perrone insistono su di una progettualità metodica; le strutture storiche dell’architettura fondano il progetto in Salvatore Dominelli; forme geometriche scompongono la luce nella realtà di Giampiero Arabia; le tecniche calcografiche imprimono leggerezza all’opera di Anna Romanello; ambienti video e performance danno vita al teatro di luce di Cauteruccio, uno dei primi in Italia a sperimentare le possibilità espressive del laser e l’impiego dell’elettronica nella scena artistica; Fiorenzo Zaffina permea di arcaismo tecnologico gli interventi installativi, creando paesaggi futuri fatti di microchip, circuiti elettronici e cdrom che affiorano dallo spazio dissacrato dei muri scavati; la visione minimal e concettuale fortemente progettuale espressa negli anni Ottanta dalla scultura di Antonio Violetta indaga e analizza le forme,  lo spazio e la luce, attraverso materiali come la creta, la grafite, il metallo e il legno che evocano una dimensione originaria fatta di segni e di gestualità.

A questi artisti che operano fuori dalla Calabria, si aggiungono alcune presenze esterne che, invece, hanno stabilito con questa regione un rapporto di costante frequentazione ed operatività. Carmine Di Ruggiero avvia in Calabria una vera e propria scuola nell’Accademia di Catanzaro, dove si formano e ne raccolgono l’eredità alcuni dei più vivaci protagonisti della scena calabrese. La sua generosa figura intellettuale ha generato un inedito rapporto osmotico fra l’ambiente calabrese e quello napoletano, dove Di Ruggiero in seguito è tornato sia come docente che direttore della locale Accademia di Belle Arti.

In Luciano Caruso spesso è il materiale cartaceo a costituire la base per i suoi assemblaggi: frammenti di giornale, mappe geografiche, spartiti musicali oppure pietre, plastica, foglie, fili assumono il ruolo del foglio o prendono il posto dell’inchiostro. Caruso, fin dagli anni Settanta, ha operato in Calabria assieme a Mario Parentela, nell’ambito della Poesia Visiva, stabilendo un ponte tra questa realtà  e i luoghi di ricerca più intensi come Napoli, Firenze e Venezia.

Nicola Carrino è stato in questi anni particolarmente presente nelle vicende dell’arte calabrese con la sua preziosa vicinanza e attenzione, partecipando ad eventi e progetti culturali con apporti preziosi  derivati dal suo lungo e importante percorso artistico. Il suo Costruttivo 74 – modulo L  si propone come oggetto-strumento ad ampia partecipazione collettiva, come indagine dello spazio. La trasformazione è intesa come principio dinamico e rivoluzionario della realtà, dove l’opera è un’idea che si estende a possibilità infinite d’intervento.

La matericità di Bruno Ceccobelli arricchita di segni e cifrari magico-ermetici  conduce ad una astrazione pittorica sacrale che lo pongono all’attenzione come protagonista  della scena artistica italiana a partire dagli anni Ottanta. Ceccobelli è presente in Calabria con una intensa attività espositiva, nel collezionismo privato, in mostre istituzionali.

Giulio De Mitri dagli anni Ottanta mantiene un costante rapporto con gli ambienti artistici calabresi, anche come promotore di eventi culturali e come docente all’Accademia di Belle Arti di Catanzaro.

Anche alcuni artisti stranieri hanno eletto la Calabria come luogo di residenza o di assidua frequentazione: Marlis Nussbaumer, artista svizzera che da molti anni soggiorna per lunghi periodi sul Tirreno cosentino,  realizza installazioni con materiali poveri che disegnano spazi e volumi arcaici e dalle forme semplificate. Alejandro Garcia, artista cubano trapiantato a Catanzaro, porta nella sua pittura un simbolismo primitivo e naturalistico che si coniuga con le declinazioni dell’arte di ricerca.

Con le prime acquisizioni, a cui seguiranno costanti aggiornamenti, il MAON di Rende non intende essere solo uno spazio conservativo di opere d’arte, ma una realtà aperta a contributi esterni di autorevoli critici e studiosi come Calvesi, Barilli, Weiermair, Monferini, Vodret, Lux, dal sostegno e dalla condivisione del progetto di artisti e collezionisti qualificati che rendono questa struttura un luogo in grado di dare impulso alla ricerca, alla conoscenza e alla divulgazione delle nuove istanze artistiche in un’area carente, fino ad ora, di iniziative sia pubbliche che private, capaci di una visibilità ed una credibilità non strettamente locali.

L’attenzione per i periodi precedenti (prima metà del Novecento e Ottocento) candida, inoltre, il MAON ad un ruolo unico nella regione e fra i pochi nell’Italia meridionale.

Massimo Di Stefano

 

 

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