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Galleria AR & S

catanzaro, 1999

Marcel Duchamp  ovvero Guardare con gli occhi della mente

 

 

(click : enlarge)

The Chess Players, 1965 - Paris - acquaforte cm 50x65
II^ e finale edizione (b) - es. XI/XXV

Bouche-Evier(Sink Stopper) 1964, Cadaquès multiplo in bronzo cm 6,7x1,2 h. es. 4/100
inciso al verso: Marcel Duchamp/64

 

Grande vetro (Filadelfia,1915/1923)

Rotorelief, 1935

Porta   (Parigi, 1927)

Fontana (New York, 1917)

Rotorelief, 1935

Marcel Duchamp and Eve Babitz Pasadena Art Museum - 1963      (foto Julian Wasser)

 


Galleria d'Arte - AR & S

vico dell'onda, 2 - catanzaro

 

 

 Non c’è soluzione perché non c’è problema”                  

Marcel Duchamp

 

 

 

Una galleria d’arte che apre ed un artista rivoluzionario come atto augurale per una città, Catanzaro, che vuole aprirsi al rinnovamento.

 

Un artista-simbolo, Marcel Duchamp (Blainville, 1887 – Neuilly, 1968), di quelli che determinano un’epoca, un grande innovatore che ha legato il suo nome a quella rivoluzione dell’arte moderna che porta appunto il suo nome.

 

Con Picasso, Kandinskij e Warhol, è uno dei personaggi più rappresentativi del Novecento artistico, un vero “monumento” all’intelligenza e alla creatività senza remore, col quale hanno dovuto fare i conti tutte le generazioni artistiche successive.

 

La rivoluzione duchampiana è ormai sotto gli occhi di tutti, ed è diventata di applicazione comune, per i suoi accenti radicali, in una società sempre più ostensiva e dominata dalla cultura della trasgressione, in cui l’oggetto estetico è tratto dalla congerie ordinaria e popolare.

 

Nichilista quanto basta rispetto ad un universo estetizzante, Duchamp ha saputo capovolgere il senso dell’approccio alle forme, vedendo in esse non già la trascrizione di  un significato assoluto e di una qualsivoglia Verità, ma l’attivazione di un processo di autoesplorazione della mente e di scavo dentro la propria confusa interiorità.

 

Se le avanguardie storiche del primo Novecento agivano sulla forma, alterando lo spazio o accelerando il tempo di percezione della realtà, Duchamp destruttura il pensiero stesso, analizzando il suo punto di cortocircuito con la realtà oggettuale, là dove viene esaltata la pura idea.

 

Per lui la soluzione dell’arte è nel porre il problema, e non nel dare risposte o modelli. Il percorso dell’artista è posto, così, sotto l’indice dello smacco permanente e l’indeterminazione diventa l’estremo  collasso di ogni pratica formalizzante.

 

“L’arte è l’anello mancante – diceva  Duchamp al suo amico e collezionista Arturo Schwarz – non è quello che vedi, l’arte è un gap”.

 

L’arte occupa un vuoto, scopre quello che non c’è, compie un salto fra gli accadimenti reali e vince sull’assenza.

 

Il Grande Vetro (Filadelfia, 1915-1923), la sua opera più complessa, è emblematico della sua visione del mondo e dell’arte. E’ il grande Nulla, dal quale traspare tutto, una storia qualunque assemblata, di ordinaria esistenza accumulata con i suoi apparenti non sense, nelle sue interferenze d’eventi, in una molteplicità scenica fragile e permanentemente indefinita.

 

 

Per quanto sia formalmente semplificata, l’opera è un paradosso per complessità di lettura, aristocraticamente eclettica e concettualmente  intrecciata come accede solo ai grandi testi.

 

 

 

Duchamp è il padre indiscusso del dadaismo e di tutte quelle derivazioni neo-dadaiste che sopravvivono ancora oggi. La pratica del ready made combinata con il piacere dell’ironia, col gusto del gioco intellettuale e del divertissement linguistico resta una prerogativa della sua arte ed è una sfida alla rassicurante banalità: il prelievo dell’oggetto dalla realtà stessa sorprende il senso comune e restituisce all’atto mentale la forza di cambiare il senso delle cose. Come dire che la banalità è dentro di noi e solo con una attivazione concettuale è possibile “vedere” ciò che non è, rendendolo addirittura realissimo. La porta che è sempre chiusa ed aperta allo stesso tempo (Parigi, 1927) è un colpo di genio, come l’orinatoio capovolto tramutato in fontana (New York, 1917).

 

L’arte non è rappresentazione, ma presentazione o evocazione. E’ sempre l’artista a scegliere fra le diverse strade del senso, fra i meandri dell’interpretazione, con uno atto d’imperio che conferisce statuto e dignità artistica anche alle cose ordinarie. Attraversando il mondo con l’eterna capacità di sorprendersi davanti a tutto, liberando i molteplici sensi riposti nella realtà oggettiva.

 

La vera afasia è l’indifferenza.

 

Così come, in un gioco di parole, suggerisce lo stesso Duchamp quando assume lo pseudonimo di Rrose Sèlavy, che può voler dire “Eros c’est la vie”, ma anche che “la vita è rosa” oppure, con un capovolgimento di termini, che anche una rosa può essere la vita.

 

 

 

 

 

 

 

 

In: T. Sicoli, Marcel Duchamp -Guardare con gli occhi della mente, catalogo della mostra, Galleria  Ar&S, Catanzaro, 1999

 

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