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Complesso Monumentale del S.Agostino

Cosenza, 2005

“Arte e collezionismo nel ' 900"

in "Da Picasso a Warhol”

Opere della collezione Carlo F. Bilotti

(a cura di Claudio Strinati e Rossella Vodret)

 

 

 

Mostra Collezione Bilotti

CATALOGO on-line

 

 

ARTE E COLLEZIONISMO NEL ‘900

di Tonino Sicoli

Il collezionismo ha a che fare con la sfera del simbolico. Come l’arte. Si fa arte e si colleziona, insomma, per affermare la propria identità attraverso processi simbolici che mettono in campo o i linguaggi, come nel caso dell’arte, o i beni in una certa significativa quantità, come nel caso del collezionismo.

Il collezionismo d’arte, perciò, assume una duplice valenza legata alla quantità ma anche alla qualità, giacche il collezionista si avvale del plus valore dell’arte per caricare di un simbolismo potenziato la raccolta materiale di beni. Un quadro e una statua non sono semplici oggetti ma prodotti culturali, concentrati espressivi, vettori di significati personali e collettivi, segni della storia.

Una collezione d’arte, inoltre, è un simbolo di potere economico e culturale che presume dietro di sé un amatore colto e ricco, riferimento di una comunità di  produttori e utenti di cultura e d’arte.  Possedere una collezione d’arte ha così un grosso impatto sociale, con un forte ritorno d’immagine.

Una collezione d’arte è il risultato di un’acquisizione progressiva ed è legata a fattori occasionali, agli incontri con gli artisti e con i mercanti, ai contatti con gli altri collezionisti. Una collezione è un organismo che vive e che risente dei gusti e delle scelte di chi la fa. E quando le scelte sono fatte in maniera accorta e con partecipazione intellettuale da collezionisti intelligenti e aggiornati, magari ponendosi nella condizione di “compagno di strada” degli stessi artisti, col tempo si può configurare un percorso della collezione che è anche un tragitto storico, una documentazione consecutiva di un epoca letta attraverso le affinità spirituali. E’ la ricerca di tutta una vita.

Ci sono collezionisti che hanno fatto la storia non meno degli artisti; penso ai Medici nella Firenze del Rinascimento, ai Borghese nella Roma del Seicento, ai Filangieri nella Napoli dell’Ottocento, o ai Guggenheim della New York del XX secolo.

Il collezionismo in sintonia con il mercato dell’arte non solo ha assunto i caratteri del mecenatismo, sostenendo economicamente gli artisti e consentendo loro di vivere ed operare, ma spesso e volentieri, almeno nelle sue forme più alte, ha determinato l’affermazione e la diffusione di fenomeni artistici altrimenti votati a situazioni “di nicchia”.

Il fenomeno in Europa ha assunto aspetti diffusi nell’Ottocento quando il collezionismo si è via via esteso dall’aristocrazia alla borghesia. L’allargamento della circolazione delle opere d’arte ad una fascia di mercato borghese ha aperto nuove strade della committenza, non più legata solo alla pittura sacra, storica e alla ritrattistica di famiglia, ma più incline ad un’arte “laica”, più generalista ed autoreferenziale.

Se il collezionismo dei secoli precedenti all’Ottocento era comunque di élite e legato alle famiglie pubbliche che detenevano un certo potere politico, il collezionismo moderno assume caratteri più privati e, anche se si rapporta prevalentemente alla ricca borghesia, riveste aspetti meno esclusivi, rivolgendosi ad una fascia sociale più larga.

Ma è in America  che si sviluppa un mercato più vivace e più aperto alle novità, a differenza della vecchia Europa dove perdurano fino al Novecento inoltrato i valori estetici della cultura tradizionale. E’ nel Nuovo Mondo che prende corpo la figura del collezionista moderno per estendersi in seguito al Vecchio Continente.

Cambiano anche le misure delle opere d’arte. Mentre il grande formato della committenza aristocratica era destinato alle chiese e ai grandi palazzi nobiliari, il formato medio-piccolo è un genere d’affezione più in sintonia con la dimensione “privata” e meglio collocabile  nelle case moderne. L’offerta e il mercato diventano più vari e più accessibili anche per soggetti, temi e gusti che cominciano con l’Ottocento a risentire delle mode  e della frantumazione stilistica della produzione artistica. Il confronto fra le tendenze  artistiche in campo trova corrispondenza anche nel mercato. Mentre Adolph Goupil  sostiene la pittura verista, Paul Durand-Ruel si schiera con gli Impressionisti. E il collezionismo si divide, ma comincia anche a scegliere, a prender posizione, a schierarsi.

Col nuovo secolo il collezionista diventa complice dell’artista quando non esercita addirittura un’influenza intellettuale oltre che economica. Il caso della scrittrice statunitense Geltrude Stein è emblematico. Assieme al fratello Leo la Stein è un punto di riferimento per Picasso, che le dedica un noto ritratto, per  Braque e per Matisse; per anni la sua casa a Parigi è un crocevia d’incontri per artisti, letterati e collezionisti, una sorta di ponte culturale fra la Francia e gli Stati Uniti.

Così come per Marcel Duchamp e  Man Ray  svolgono un ruolo importante nella New York  a cavallo della Prima Guerra Mondiale, i coniugi Walter e Louise Arensberg, che vantano in collezione anche Cezanne, Renoir, Picasso, Braque,
Rousseau, Derain e diversi Brancusi; nonché la scrittrice-collezionista  Katherine S. Dreier che fonda con loro nel 1920 la Société Anonyme – Museum of  Modern Art. E’ lo stesso Duchamp  spesso a consigliare a Walter Arensberg  le acquisizioni come farà poi anche per Peggy Guggenheim. Nasce così fra artisti e collezionisti un sodalizio intellettuale e di reciproca fiducia che porta ad uno scambio di servizi e di idee. In qualche modo il collezionista si identifica nell’artista, che incarna ai massimi livelli l’ideale americano dell’iniziativa individuale e che con l’esercizio creativo ha la possibilità di procurarsi, nel ricordo dei posteri, un pezzo di immortalità.

A questa stagione avventurosa di complicità ideali e di condivisione degli obiettivi legata al clima “di rottura” portato dalle avanguardie storiche, segue una graduale trasformazione del collezionista da fiancheggiatore più o meno “puro” in stratega del successo.

Interprete del gusto e delle sue oscillazioni  il collezionista si pone organicamente nel mercato e spesso lo controlla. Nel sistema dell’arte il collezionista è una variabile importante anche ai fini della storicizzazione di un artista o di un filone; molti artisti hanno trovato posto nella storia dell’arte dopo la loro accettazione nel collezionismo qualificato, e non mancano casi, addirittura, di artisti sostenuti e imposti all’attenzione della critica e dei musei proprio dal potente collezionismo internazionale. Anche perché, come avviene correntemente in America e come sta sempre più accadendo in Europa, sono i collezionisti privati a arricchire se non a istituire i Musei con le loro cessioni, donazioni e lasciti. In questo modo imponenti e  qualificate raccolte transitano nelle istituzioni pubbliche, dando alla collettività l’opportunità di fruire di beni artistici altrimenti negati.

Il filtro di questo collezionismo privato consente, inoltre, di selezionare, con mezzi certamente considerevoli ma non necessariamente spropositati, un patrimonio di opere d’arte con assoluta accuratezza come non sempre riesce a chi gestisce i musei pubblici.

Le collezioni Jucker (oggi al CIMAC) e Jesi (alla Pinacoteca di Brera) hanno dotato Milano di un consistente e fondamentale corpus di opere dei grandi maestri futuristi  e dell’arte italiana ed europea della prima metà del Novecento, sapientemente raccolte da privati illuminati, quando ancora lo Stato italiano si faceva sfuggire, perché ritenuta di scarsa importanza artistica, la Città che sale di Boccioni, oggi al MOMA di New York. Arturo Schwarz, invece, si occupa di dadaisti e surrealisti, che passano poi alla GNAM di Roma.

Anche la collezione  d’arte contemporanea di Giuseppe Panza di Biumo, ha dato vita a Villa Menafoglio a Biumo Superiore nei pressi di Varese, ad uno dei più importanti centri di documentazione dell’arte internazionale, soprattutto americana, del secondo Novecento.

“La funzione del collezionista - ha detto Panza di Biumo – è quella di comprare tra i primi gli artisti che il pubblico non capisce e rifiuta, con la possibilità di scegliere molte opere tra le migliori, spinti unicamente dal proprio istinto e dalla capacità d’analisi, non sapendo nulla di ciò che accadrà in futuro ma confidando unicamente nella fiducia sul trionfo finale della qualità”.

E non meraviglia se in molti casi l’establishment ha assunto nei confronti del collezionismo più coraggioso atteggiamenti di diffidenza o di resistenza, come è accaduto per alcune proposte di acquisizioni vantaggiose fatte a enti statali o locali, che spesso non hanno mostrato la dovuta prontezza e sensibilità. E’ il caso delle due storiche collezioni milanesi di Gianni Mattioli e Augusto Giovanardi, che Milano si è lasciata sfuggire e che sono “emigrate” rispettivamente alla Peggy Gugghenaim Collection di Venezia e al MART di Rovereto.

Collezionismo e mecenatismo sono i termini di questo fenomeno economico-culturale ma anche socio-politico che investe la vita dei musei e delle istituzioni culturali internazionali. Patria del moderno collezionismo e della modernità sono senza dubbio gli Stati Uniti. La collezione di Duncan Phillips guarda all’arte moderna come ad una continuità con l’arte del passato ed è la prima negli USA (1921) a diventare un museo della modernità e degli artisti contemporanei. Nella casa di famiglia a Washington, Phillips raccoglie nel corso degli anni, opere di pittori europei (Monet, Sisley, Fantin-Latour, Van Gogh, Cézanne, Monet, Degas, Gauguin, Picasso, Bonnard, Klee) e di artisti americani contemporanei (Diebenkorn, Noland,  Tobey. Ryder, Whistler, Luks, Hassam).

Quando i collezionisti da accaparratori di beni da tesaurizzare diventano mecenati il sistema dell’arte si carica di un valore aggiunto, perché al già meritorio sostegno agli artisti si associa la promozione di strutture pubbliche permanenti  per l’arte.

Le fondazioni filantropiche in America hanno creato una rete magnifica di musei - ma  hanno finanziato anche università, centri di ricerca, ospedali, orfanotrofi, teatri – favoriti da una legge statale che consente una defiscalizzazione dei fondi spesi in beneficenza.

Sono stati in molti i magnati (i Rockfeller, i Ford, i Goodyear, i Bliss, i Crowninshield, i Vanderbilt) che hanno legato il proprio nome all’arte e a musei prestigiosi (il MOMA, il Metropolitan, il Whitney di New York), animati dalla convinzione che nella vita l’arte debba essere  - come  ha detto Abby Rockefeller - “altrettanto importante quanto il danaro o la religione” e che altruisticamente sia dovere dei ricchi promuovere le attività culturali e umanitarie.

Uno dei più grandi Musei di New York, il Guggenheim, con gemmazioni anche a Bilbao, Las Vegas, Londra, Venezia e Berlino, è nato per volontà della Fondazione Salomon Guggenheim, con una  sede permanente progettata da Frank Lloyd Wright.  

Negli anni Trenta è soprattutto l’arte europea ad essere di moda e a fare tendenza fra i capitalisti newyorchesi, ai quali non dispiace se così si rafforza anche l’immagine delle proprie aziende.

In Europa il collezionismo trova terreno fertile nelle grandi capitali della cultura, dove la tradizione artistica è ben radicata e dove le vicende dell’arte sono di casa. Parigi, Berlino, Londra, Vienna, Milano, Roma sono città ad alta densità d’artisti; qui le avanguardie di primo Novecento hanno fatto storia e i movimenti artistici hanno ancora forte vitalità. Qui è stata la culla dell’arte occidentale e qui continuano a svolgersi le vicende che contano; qui è avvenuta la rivoluzione degli impressionisti e qui sono nati gli “ismi” che hanno cambiato i linguaggi dell’arte contemporanea.

I collezionisti qui aprono anche gallerie. Fanno esporre gli artisti e li lanciano sul mercato. Gaston Bernheim-Jeune fa esporre i futuristi italiani che nel 1912 vengono consacrati a Parigi; anche Herwarth Walden, gallerista, editore e critico d’arte, sostiene i futuristi a Berlino pubblicando la storica rivista “Der Sturm”; Heinz Berggruen, mercante e giornalista del "Frankfurter Zeitung",  ama le opere di  Klee, di Picasso, di Matisse, di Mirò e mette insieme una cospicua collezione in parte donata al Metropolitan Museum di New York e in parte fatta acquistare per Berlino al Governo tedesco.

Al collezionismo degli industriali, invece, appartengono la collezione di Gabriele Mazzotta (che copre da Modiglioni alla metafisica), sfociata, poi, nell’omonima fondazione milanese, e la collezione di Giovanni e Marella Agnelli (in cui spiccano Renoir, Manet, Modigliani, Picasso, Matisse e Severini), ordinata (2002) al Lingotto di Torino in uno “scrigno” di vetro e metallo progettato da Renzo Piano.

Ma i veri benemeriti del collezionismo mecenatistico europeo sono senza dubbio i coniugi Peter e Irene Ludwig che hanno avuto un’attenzione rivolta all’arte del secondo Novecento specialmente americana (Johns, Rauschenberg, Twombly, Pollock, Segal, Rosenquist, Lichtenstein, Oldenburg, ­Warhol e Basquiat) e che hanno istituito dodici musei in tutto il mondo, come quelli di Colonia, Aachen, Coblenza, San Pietroburgo e Pechino.

Allo stesso periodo e ambito artistico guardano anche Ileana e Michael Sonnebend che muovendosi fra Parigi (1960) e New York (1970) avviano una collezione pionieristica e incrociata: in Europa contribuiscono a far conoscere  l’arte americana con Warhol, Rauschenberg, Lichtenstein, Nauman, Morris, Serra, Koons; negli Stati Uniti portano, invece, gli europei Kounellis, Paolini, Merz, Schifano, Kiefer, Penck, Immendorff, Gilbert & Gorge.

A New York un ruolo determinante nelle vicende artistiche degli anni Sessanta e Settanta lo esercita il collezionista-gallerista Leo Castelli, scopritore di talenti e indiscusso manager culturale di successo. E in tempi più recenti Larry Gagosian.

E’ così che nella seconda metà del Novecento si affermano fenomeni di collezionismo militante, inteso come  ricerca, anticipazione e segnalazione di fenomeni emergenti, scommessa, avventura, proposta del nuovo.

Gli artisti stessi, d’altro canto, sembrano ammiccare ai collezionisti, che sono destinatari privilegiati di prodotti altamente esclusivi e un po’ radical chic; il possesso dell’opera d’arte come status symbol ma anche come bene d’investimento è un obiettivo delle classi agiate; fra gli esponenti del mondo della finanza si guarda all’oggetto d’arte come ai titoli di borsa e il trend delle quotazioni del mercato dell’arte è visto con lo stesso interesse dell’andamento azionario.

L’arte è un business e trova fra gli artisti un insolito teorico in Andy Warhol che professa la business art, ovvero la gestione degli affari come forma della creatività, ma anche la creatività come forma di impresa. La pop art, con tutta la sua ideologia consumistica e  mediale, sbarca in Europa facendosi portatrice di un sistema di valori e di un modello d’oltreoceano. Rauschenberg nel 1964 vince il Leone d’oro alla Biennale di Venezia non senza qualche pressione degli USA intesa a sancire, in clima di guerra fredda, l’influenza anche culturale americana in Europa. Nello stesso  anno Wharol fa il suo debutto europeo proprio da Ileana Sonnabend a Parigi e nel 1965 espone a Torino da Gian Enzo Sperone, che apre anche una galleria a New York; nel 1972 è ancora in Italia, invitato da Graziella Lonardi, collezionista e organizzatrice di eventi culturali, a Palazzo Taverna, sede di “Incontri Internazionali”; e vi tornerà tante altro volte nel corso degli anni Settanta e Ottanta, soprattutto invitato a Napoli da Lucio Amelio che  nel 1980 lo fa incontrare con Joseph Beuys, artista carismatico e così diverso da Warhol per ideologia e poetica.

Gli anni Sessanta in Italia vedono affermarsi un collezionismo che gestisce anche il mercato da e per l’America. Un ruolo importante è quello del barone Giorgio Franchetti che già nel 1957 porta in Italia Kline, De Kooning, Rothko, Rauschenberg,  ma che negli anni successivi lavora attivamente per far conoscere meglio in America artisti italiani come Manzoni e Burri. Anche Plinio de Martis, con la sua galleria “La Tartaruga” di Roma, propone, fra i primi in Europa, Cy Twombly e Scarpitta, anche se per tutta la vita sarà un grande sostenitore degli italiani Burri, Fontana, Kounellis, Schifano e Ceroli. Gian Tommaso Liverani, invece, dà vita alla galleria “La Salita” e preferisce Manzoni, Festa, Lo Savio, Rotella, Castellani, Bonalumi e Uncini; Carla Panicali, responsabile romana della “Malborought”, se da un lato lavora con Rothko dall’altro promuove Turcato, Vedova, Burri, Fontana, Colla, Scialoja, Novelli, Consagra e Pomodoro; Fabio Sargentini con “L’Attico” punta su Kounellis, De Dominicis, Pascali, Mattiacci e LeWitt.

Con l’affermarsi dell’industria cinematografica e della moda si affacciano al collezionismo anche attori, cantanti e stilisti, che un po’ per autentica passione e un po’ per lusso, danno l’avvio ad una corsa al quadro d’autore. Nel mondo dello spettacolo, fra i nuovi collezionisti sono annoverati Madonna, David Bowie, Rod Steward, Mick Jagger, Elton John, Robbie Williams.

Certo è che dietro una raccolta privata di opere d’arte c’è il piacere estetico e l’amore per il bene culturale, anche quando fra i moventi non si può negare la ricerca dell’investimento e del prestigio sociale. Molte collezioni documentano spesso un periodo o un’area geografica meglio di tanti musei pubblici; e come si è visto, nel corso della storia recente, sono sovente le collezioni private ad alimentare i musei e le grandi mostre supplendo anche alle carenze istituzionali. Già nel Ventennio il ministro dell’Educazione Nazionale Giuseppe Bottai si era accorto dell’importanza del collezionismo privato istituendo a Cortina nel 1941 un premio per le migliori collezioni e istituendo un Ufficio per l’arte contemporanea presso il suo ministero.

Il collezionismo di questi anni ha ulteriormente allargato la base sociale; la società di massa ha avuto le sue ripercussioni anche su un fenomeno che da elitario è diventato sempre più diffuso e che ha portato all’incremento anche delle aste pubbliche. Le sale delle grandi case d’asta come Sotheby’s o Christie’s accolgono un giro di opere d’arte elevatissimo e sono frequentate come i musei.

In questo modo si favorisce anche la circolazione dell’arte e, pur con le inevitabili distorsioni, si consente di verificare la reale tenuta dei fenomeni culturali e la vera portata del successo degli artisti.

L’azione economica dell’era post industriale non guarda più ai bisogni primari, ma alla cultura e all’arte come capitale simbolico, come elementi della costruzione di un proprio progetto d’identità. Una collezione d’arte, specie se trasformata in un museo pubblico, attua meglio d’ogni altra cosa questo progetto d’identità, che porta autorevolezza e riconoscenza collettiva.

A questo collezionismo illuminato, con risvolti anche filantropici, si collega la raccolta di Carlo F. Bilotti, che al pregio di testimoniare un rapporto personale con tanti artisti, aggiunge anche il merito di mettere a disposizione della collettività un patrimonio di opere che documentano un secolo, dalle avanguardie storiche alla transavanguardia, attraverso personalità di spicco come Picasso, Chagall, Mirò, De Chirico, Dalì, Ernst, Tapies, Fontana, Warhol, Rotella, Chia.

La raccolta abbraccia un periodo della storia dell’arte complesso e contraddittorio nei suoi molteplici aspetti, snodando un percorso di ricerca che attraverso il rinnovamento dei linguaggi espressivi mette in luce il travaglio intellettuale e la problematica coscienza dell’uomo contemporaneo.

Tratti di questo percorso  culturale si accompagnano al sodalizio con alcuni artisti che hanno rappresentato per Bilotti un incontro umano di forte valenza, probabilmente per condivisione di temi e d’intime sensazioni. Fra tutti si distingue il rapporto con Andy Warhol, per qualità e durata, da cui nascono non solo tante opere in collezione, ma anche la complicità nel progetto di incontro-confronto con Giorgio De Chirico. “Warhol versus De Chirico” vede la luce nel 1982 ed è il tentativo di Warhol di misurarsi con il maestro italiano. I due artisti si erano conosciuti a New York e in questa iniziativa, a quattro anni dalla scomparsa di De Chirico, il guru dell’arte americana, lo celebra dialetticamente: versus, infatti, se in latino significa “andare verso”, in inglese  sta per “contro”. Come dire: la metafisica rivisitata dalla pop art, aggiungendo lo straniamento dell’immagine seriale a quello derivante da una realtà fatta di manichini e di piazze vuote. Carlo Bilotti non solo aveva accompagnato Warhol nell’incontro newyorchese con De Chirico a casa dell’ambasciatore italiano Vinci, ma gli presta addirittura alcuni quadri di de Chirico. Ne deriva una mostra che è portata a Roma in Campidoglio e alla Galerie Kammer di Amburgo. Scrive pertinentemente Achille Bonito Oliva: “In definitiva De Chirico e Warhol sono portatori di immagini che non conoscono i battiti della storia, figlie della cultura del proprio tempo, eppure caratterizzate da una specifica qualità, quella di proporsi come natura morta, capaci di vivere fuori dalle intemperie del tempo e della storia”.

Ventidue anni dopo Carlo Bilotti consegna alla storia la sua piacevole fatica di collezionista e amico di tanti artisti, attivando importanti donazioni pubbliche: al Comune di Roma vanno venti tele di De Chirico da destinare all’Aranciera di Villa Borghese, per un apposito museo che porterà il suo nome, nonché I quattro evangelisti di Damien Hirst nell’ex Cappella del Divino Amore a Villa Ada; al Comune di Cosenza vanno, invece, le sculture di Greco, Consagra, De Chjrico, Dalì, Manzù, Mirò, Indiana e Rotella per il progetto “Museo all’aperto”.

A Cosenza, già si trova una Bagnante di Emilio Greco donata da Bilotti del 2004 alla Pinacoteca Nazionale di Palazzo Arnone, dove sono collocati anche 65 disegni di Umberto Boccioni, provenienti dalla collezione americana di Lydia Winston Malbin. Qui erano finiti negli anni Cinquanta e sono ritornati in Italia nel 1996 grazie allo stesso Bilotti che li aveva comprati da Sotheby’s.

Ora nel Complesso monumentale di S. Agostino trova ospitalità la prima uscita pubblica di una parte consistente della collezione d’arte Bilotti, che vede raggruppate una quarantina di opere dei grandi protagonisti dell’arte del Novecento. La storia di una vita, che si è intrecciata con le vite di tanti artisti.

E mentre lo Stato italiano per pareggiare i conti pubblici svende beni del proprio patrimonio artistico e taglia i fondi per le iniziative culturali, donazioni e interventi privati come questi di Bilotti vanno in controtendenza assicurando alla collettività un apporto concreto diversamente difficile.

L’arte e la cultura hanno come obiettivo sociale l’educazione e la crescita spirituale della gente, l’innalzamento della qualità della vita attraverso i valori estetici e la poesia, ma per farlo devono rientrare in un progetto politico ed in un investimento economico.

E non c’è progetto politico o investimento economico veramente efficace che non mutui dall’arte la spinta innovativa ed il coraggio della creatività.

 

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