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Fuori Luogo / Il dibattito sulle opere d’arte e la loro collocazione

MA COSENZA E’ UNA CITTA’ LABORATORIO

di Tonino Sicoli

 

 

Massimo Celani sul “Quotidiano” di domenica 19 settembre (“Fuori Luogo/La città senza arte e l’elmo clonato”) pone il problema di Cosenza città senza arte e traccia una cronistoria di episodi della vita culturale degli ultimi trent’anni che non avrebbero per niente inciso sulla qualità urbana, che si ottiene quando i luoghi vengono pensati e le opere d’arte vengono contestualizzate ad essi. Né si tratta, per Celani, di inserire qualche opera di qua e di là o di realizzare una passeggiata di sculture come si sta tentando di fare a Cosenza, grazie al collezionista italo-americano Carlo Bilotti, ma di saper cercare la dialettica coi luoghi.

Ancora: Celani rimprovera alla città (agli amministratori, ai cittadini o ai progettisti?) di  essere stata un “committente debole”  in occasione della  realizzazione delle sculture di Mimmo Paladino in piazza dei Bruzi (1996) e di Mimmo Rotella in piazza XI settembre, opere al di sotto degli standard di bravura degli stessi autori, che a Cosenza si sarebbero impegnati poco.

Detta così sembrerebbe che non si sia in grado di fare niente e che tutto sia avvenuto e continui ad avvenire all’insegna dell’improvvisazione e della mediocrità, senza un progetto e senza inseguire la qualità.

Con Celani ci siamo in questi trent’anni spesso trovati a condividere battaglie culturali, iniziative artistiche, appelli politici. Fino alla prima metà degli anni Ottanta in maniera scanzonata  anche lui era promotore di dibattiti al CIRE e di mostre come “Mutatis mutandis”, che esponeva fotocopie di biancheria intima. Poi siamo tutti un po’ cresciuti e abbiamo imparato a prenderci più sul serio, senza magari smettere di divertirci con ciò che facevamo. Dopo la parentesi di Giorgio Manacorda assessore comunale alla cultura alla fine degli anni Settanta, che privilegiò il teatro e le sue contaminazioni, ma che tralasciò completamente le arti visive, la città piombò in una istituzionale ignavia culturale che durò fino ai tempi di Mancini sindaco. Intanto nell’area urbana nascevano a Rende il Museo Civico e, alla fine degli anni Novanta, il Centro “Capizzano”, che mostrò per la prima volta in Calabria le opere di De Chirico, Manzù, Greco, Messina, Fazzini, per non dire di quelle più “radicali” di Fontana, Beuys, Warhol, Kounellis e Sol LeWitt.

Gli operatori, dal canto loro, impararono ad organizzarsi e si sviluppò l’associazionismo culturale. Una città cresce per opera dei suoi amministratori, ma anche per mano e testa dei suoi intellettuali, dei suoi artisti, dei suoi operatori culturali che spesso suppliscono alle carenze pubbliche.

Le mostre sotto Mancini, alla Casa delle culture, furono improntate ad un certo qualunquismo culturale; nel 1994 con Celani e altri intellettuali, stilammo un documento teorico sulla condizione delle piazze consentine, ma solo verso la fine di quell’esperienza amministrativa fu varato il progetto “La città come museo all’aperto”, che si proponeva di “abbellire” la città con tante sculture e opere d’arte all’aperto. Proprio per dare una risposta concreta e alternativa ai cementificatori che aggrediscono l’antico e banalizzano il nuovo.

Si è cominciato a fare qualcosa, senza perdere di  vista il progetto complessivo. L’opera di Rotella, è un raro esempio di scultura pubblica dell’artista catanzarese e fu acquistata a prezzo politico. In quelle condizioni e con quelle risorse era il meglio che si potesse fare e il disponibile Rotella collaborò attivamente anche con l’architetto Pucci, per contestualizzare la sua opera nella piazza. Qualcosa del genere era accaduto qualche anno prima, per l’opera di Paladino a piazza di Bruzi, che sarà pure un modello ripetuto dall’artista della transavanguardia (Morandi non dipingeva sempre bottiglie?), ma meritoriamente era stata inserita nel progetto della piazza dagli architetti Multari e Corvino.

Né si può fare, come alcuni ingenui “professionisti” del progetto pensano (vedi “Il Quotidiano” del 20 settembre, in cronaca cosentina), dell’integralismo urbanistico, che chiuso nella difesa astratta dei principi, non sa misurarsi con la realtà pratica e contingente dei particolari interventi.

Quando si passa dal livello teorico al livello pratico bisogna fare i conti con molteplici condizionamenti, vincere resistenze, mediare le proposte, adeguarsi alle risorse, considerare le situazioni e valutare le opportunità; e portare a casa qualche risultato apprezzabile è sempre meglio che non fare niente.

In provincia si è bravi a fare teoria ma di applicazioni se ne vedono poche. E allora, se capita ora l’opportunità di fare acquisire a Cosenza, a prezzo materiale zero, una decina di grandi sculture provenienti dalla collezione Bilotti, è meglio rinunciarvi perché la loro collocazione non è stata preventivamente pensata e non nasce dal progetto dei luoghi?

Non è un invito ad accontentarsi, ma a procedere per piccoli passi secondo le circostanze, tenendo bene in mente l’obiettivo a cui tendere. Per non fare come la zitella, che, incapace di amare qualcuno, compresi i difetti, si nasconde dietro la ricerca vana dell’uomo ideale e nel frattempo sparla di tutte le altre donne. D’altro canto il pensiero postmoderno non aveva teorizzato il “progetto debole”?

Ritorniamo a Celani, che oltre ad essere ottimo pubblicitario e bravo docente della comunicazione, è un benemerito cinofilo che dà accoglienza ai cani randagi, come può e dove può. Ebbene da tempo si batte per realizzare un canile pubblico adeguato a Dipignano e sa bene come dovrebbe essere fatto. Intanto, da anni (da troppi anni), raccoglie e salva  centinaia di cani dalla strada, a spese proprie. Forse che. non  potendo realizzare il canile ideale, secondo scienza e progetto, si astiene dal dare il suo pratico e salvifico aiuto quotidiano agli amici a quattro zampe?

A Cosenza non ci saranno certamente realizzazioni ideali, fatte secondo le ricette dei manuali di urbanistica, care magari a quegli architetti che teorizzano bene ma realizzano niente o male; qui si sta creando un vivace laboratorio di idee, di proposte, di piccole cose che possono migliorare parti di città. Ed è già tanto.

Quando a Roma il sindaco Veltroni ha deciso di accogliere i venti De Chirico sfuggiti a Cosenza nell’Aranciera di Villa Borghese, intitolando il Museo a Carlo Bilotti, non ha interpellato i romani, né indetto referendum. E non mi pare che la stampa romana abbia attivato interminabili dibattiti pubblici. Anche l’opposizione ha certamente gradito il dono o baratto che dir si voglia. Né qualcuno è andato a vedere se ci fosse un progetto che avesse previsto quell’inserimento. Roma, d’altro canto, ha un progetto continuo che dura nei secoli e che accoglie tutto.

E’ vero che l’arte dovrebbe imporre il silenzio, per cercare di capire, di sentire, di arricchirsi dentro.

Da noi si preferisce, invece, chiacchierare “fuori luogo”, abbandonarsi alle banalità o, di contro, fare dotti esercizi di parola e perdere le occasioni, aspettando un meglio che non arriverà mai.

 

Il Quotidiano della Calabria, 21 settembre 2004

 

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