indietro            

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La città come Museo all'aperto

Sculture nelle piazze e nei parchi di Cosenza

PROGETTO di Tonino Sicoli

 

 

 “Chi ha paura del giallo, rosso e blu?”

(Barnet Newman)

 

 

 

Già nel  giugno 1994 l'Amministrazione Comunale di Cosenza invitava i cittadini a far pervenire agli amministratori idee e proposte per riqualificare alcune piazze della Città.

La lodevole iniziativa innescò un breve dibattito fra i soliti addetti ai lavori, e poi cadde nel silenzio.

Oggi, a distanza di sette anni, i tempi sembrano maturi per un diverso atteggiamento nei confronti della città intesa come luogo della produzione culturale e del progetto, della creatività e dell’arte.

E’ un’occasione importante per fare di Cosenza non solo una città più vivibile per i suoi abitanti, ma anche un richiamo per il turismo culturale, ridandole un prestigio culturale ed una visibilità che solo le città d’arte sanno conquistare.

L’immagine di Cosenza, a fronte di un centro storico di grande fascino e interesse artistico, presenta nella parte nuova scarse emergenze artistiche, in un tessuto urbano fortemente anonimo. In passato sono proliferati atteggiamenti di qualunquismo progettuale con opere di un insulso carattere pseudo moderno, prive di qualità estetiche e funzionali, accolte dal disinteresse collettivo per il patrimonio storico ed ambientale.

Per citare alcuni esempi eclatanti (per fortuna oggi rimossi), emblematici di questa situazione, ricordiamo la sistemazione di Piazza dei Bruzi, che fino a qualche anno fa ancora si presentava con orribili coperture e angoscianti lampioni, o le gradinate in cemento finto-praticabili di Piazza Cappello.

Di contro sopra il Vallone di Rovito giaceva da decenni fra sterpi e rovi, in aperta campagna, sconosciuto ai più, il monumento ai fratelli Bandiera, eseguito da Amerigo Tot, scultore ungherese fra le figure più vivaci del nostro Novecento. Per fortuna oggi anche questa area è stata sistemata a parco pubblico anche se tarda ad essere frequentata.

LE PIAZZE

L'estetica delle piazze è stata, nel dopoguerra, gestita da cementificatori accecati dal boom edilizio, che hanno compensato l'incapacità di una organica progettualità urbana con la logica del rattoppo urbanistico. Ciò ha coinciso di fatto con la risulta di spazi insignificanti,  di  piazze  da  utilizzare  come  parcheggi  (nuovi  monumenti  al "macchinismo"), da riempire con tristi surrogati di giardini (le cosiddette "villette") o con avulsi interventi di maquillage.

Eppure i cittadini (dai giovani di piazza Kennedy ai pensionati di piazza della Vittoria), dimostrano che è ancora vivo il bisogno di luoghi di incontro. E’ triste constatare che la città offre solo squallidi scenari e anonimi spazi, che per convenzione sono identificati come luogo di ritrovo pubblico, ma che sono, in realtà. semplici contenitori umani.

Cos’è che fa, dunque. la qualità dl una piazza e che ci restituisce una vivibilità dei luoghi della città?

In passato la piazza era, nella complessa o semplice scenografia degli edifici circostanti un luogo di relazioni, di scambi e di festa, in essa il corpo sociale rendeva pubbliche le sue funzioni, istituzionalizzava le usanze civili e religiose. esercitava le sue attività produttive e di commercio, sanciva coi fatti una partecipazione alla vita collettiva, fino a mettere "in piazza" anche questioni e contese più private.

Ai di là di anacronistici ritorni al passato e di nostalgici quanto finti ripristini di funzioni cadute in disuso, si vorrebbe riconoscere. in sostanza, una qualità dei luoghi gia insita nella loro conformazione fisica e nella loro storia.

In poche parole, bisognerebbe riscrivere le piazze tentando anche una diversa proposta di comportamenti, funzioni, usi ed eventi. In fondo sono gli eventi che determinano l'identità dei luoghi, la loro frequentabilità e fruibilità. Sia gli aspetti più ludici che quelli più "impegnati" servono, più di ogni altra stabile, monumentale, celebrativa aggressione a spazi e persone, a conferire vitalità al tempo trascorso negli spazi comunitari della città. In questa direzione sarebbe opportuno che si evitasse ogni proposta di sventramento e neo-monumentalismo.

Le piazze non sono nate come snodo automobilistico, ma come irradiazione viaria, con tutte le sue valenze simboliche e sociali.

Le piazze come l'intera città, esprimono la loro storia, racchiudono nel divenire la loro identità, appartengono ad un tessuto complessivo e non a singole individualità; in questo senso, quale storia è riflessa nelle piazze di Cosenza, sia essa quella di ieri già scritta ma dimenticata, che quella più recente di dolorosa scrittura perché pagina di malaurbanistica e disinteresse per il bene pubblico?

Il cemento dilagante ha ucciso la bellezza della città e non sono bastati nemmeno gli interventi minimal-ambientalisti a valorizzare il verde pubblico, mortificato con quattro "decorativi" alberelli.

Così come, per quanto mobili, sono da considerare estranee all’identità delle piazze quegli arredi urbani di abbellimento posticcio o di sbarramento come fioriere in cemento e transenne di catene, oppure di indubbia pubblica utilità come i cassonetti della spazzatura, che andrebbero però spostati nelle vie adiacenti.

Ora, con il progressivo affermarsi di una cultura urbanistica più rispettosa dell’armonico rapporto fra architettura, arte e ambiente non è male ripensare alla piazza come punto di sintesi visivo-progettuale, ma anche come spazio di quelle ritualità laiche capaci di innescare nei cittadini una nuova consapevolezza del luogo.

Uno sforzo creativo può dare una immagine migliore alla città, ai suoi luoghi e alle sue piazze, pensando ad allestimenti mirati, che sappiano rapportarsi alla fisionomia storica e architettonica dei luoghi, senza tuttavia rinunciare ad una progettualità coraggiosa ed efficace, sia per linguaggi adottati che per tecnologie usate.

Il rispetto della sistemazione originaria non è un ottuso principio antiprogettuale, ma un criterio che invita a studiare e a riconsiderare l’identità storica ponendola in dialogo con il nuovo. La città è un organismo vivo che muta aspetto nel corso della storia e un sapiente lavoro di riprogettazione è quello che sa inserirsi nel tessuto preesistente con rispetto, ma anche con il coraggio della proposta.

Un contributo immaginativo, non privo di una coscienza del progetto, può provenire da quegli artisti e operatori dell'immagine, che hanno già sviluppato una notoria esperienza nel settore e che hanno scelto la scena urbana come ambito dei propri interventi. Spetta alla pratica dell'arte, in quanto indicativa di nuovi mondi e nuove visioni possibili, elaborazioni e soluzioni, proposte e modi di attuazione del rinnovamento culturale e d'immagine della città.

Riportiamo nella città la festa, la spettacolarità, i colori, l'immaginazione, la consapevolezza critica della gioia di vivere.

Cercando anche di superare le diffidenze di molti cittadini che, magari, dopo aver taciuto per anni di fronte allo squallido spettacolo delle piazze-parcheggi assumono atteggiamenti di rifiuto di fronte ad  interventi di re-styling.

Innescare processi di crescita culturale collettiva e di formazione della consapevolezza è operazione delicata e dai tempi medio-lunghi  e va affidata a mirati interventi educativi e di informazione.

 

LE PIAZZE LUOGO DI CULTURA

E’ opportuno richiamare l’attenzione sulla necessità di un ripensamento complessivo delle piazze che assolvono vari ruoli: da snodo viario a elemento simbolico, da luogo di socializzazione a fulcro visivo, da diaframma  fra le architetture a contenitore artistico.

Dopo le brutture e l’anonimato delle piazze-parcheggio sta per fortuna facendosi strada la cultura della piazza-luogo-di-cultura, di spazio antropologico e di qualità della vita.

Un piano globale di sistemazione, avviato con un adeguato pubblico dibattito sottrarrebbe la gente al ruolo di spettatrice passiva e consentirebbe di conciliare la scientificità dell’offerta artistica, che compete agli specialisti, con la politicità della domanda culturale, che riguarda invece tutti.

Una pianificazione degli interventi consentirebbe di individuare e rendere visibile una linea di condotta nelle scelte, che vanno senza dubbio tolte all’occasionalità.

Si profila così la linea di una città delle grandi firme e dei grandi artisti internazionali, come il pittore-scultore Mimmo Paladino, autore del monumento di Piazza dei Bruzi e l’architetto spagnolo Santiago Calatrava, per il ponte sul Crati.

Un coordinamento di questi interventi, trova una giustificazione dentro un progetto d'insieme che valorizzi le singole proposte.

La scelta della creatività che interviene nel tessuto urbano può restituire a Cosenza un ruolo di città dalle solide e rinnovate tradizioni culturali e artistiche, ma occorre una visione globale e non anarchica, perché la somma di tante piazze e luoghi belli ma incoerenti fra di loro, non porta ad avere una bella città.

Infine non va sottovalutata la ricaduta in termini d’immagine e sul piano del turismo artistico, che troverebbe in questa peculiarità di “Cosenza museo all’aperto” un’occasione importante di strategia culturale e della comunicazione, con tutti i conseguenti indotti economici e occupazionali.

 

ALCUNE PROPOSTE IMMEDIATE

Pur senza perdere di vista il grande progetto di una città interamente disseminata di opere d’arte come un grande museo urbano, gli interventi, possono partite dalla realizzazione di alcune sculture in quelle piazze in corso di sistemazione o in qualche modo già sistemate.

In particolare si sono individuate come luoghi subito utilizzabili per la collocazione di sculture le seguenti piazze o slarghi:

Piazza Principe di Piemonte, Piazza dei Valdesi, Piazza Cappello, Svincolo autostrada-Via P. Rossi, Parco Morrone, Parco Deledda, Parco N. Green, Parco Alvaro, Città dei Ragazzi, Ingresso del Cimitero.

In queste piazze si pensa ad una riqualificazione ambientale attraverso l’intervento di importanti artisti internazionali che diano una caratterizzazione forte e di grande prestigio. Non interventi monumentali e retorici ma opere a misura d’uomo e capaci di stabilire un dialogo in chiave moderna con il contesto architettonico e spaziale del luogo.

Le prime opere verranno commissionate a maestri indiscussi dell’arte contemporanea, già consacrati nella storia dell’arte e nei grandi musei, che a fronte di un prezzo “politico” interverranno in tre fasi: un sopralluogo ed un incontro con la città, la progettazione, la realizzazione della scultura.

Si noti bene che solo una scelta artistica di alto profilo, garantendo la portata culturale del progetto e la reciproca riconoscibilità degli artisti coinvolti, permetterà di avere a prezzo “politico” opere che normalmente hanno valore di mercato di oltre mezzo miliardo.

Si suggerisce, poi, di individuare delle aree per la realizzazione di parchi di sculture:

·        Viale Parco

·        Parchi E. Morrone, N. Green, G. Deledda, C.Alvaro

·        Parco Fluviale

·        Vallone di Rovito

·        Città dei Ragazzi

·        Ingresso del Cimitero

Su Viale Parco di può subito intervenire con almeno dieci sculture (e fontane) da realizzare all’interno dei PUR. A fronte della concessione delle licenze edilizie lungo i suoi lati  potranno essere finanziate dai costruttori privati opere pubbliche che andranno a costituire il primo nucleo di intereventi. Gli autori delle opere dovranno essere sempre indicati dall’Amministrazione Comunale. Si può pensare ad una scultura ogni due/tre fabbricati  con le stesse modalità di distribuzione della spesa per le sculture nelle piazze: cinquanta milioni di lire per l’artista, più un tetto massimo di altri cinquanta milioni di lire per la realizzazione.

Il Parco E. Morrone, per la sua centralità si presta particolarmente ad una sistemazione di sculture inserite nel verde a sottolineare il rapporto di integrazione fra arte e natura, fornendo per di più un’ottima occasione di educazione all’arte per i tanti bambini che normalmente lo frequentano.

Lo stesso dicasi per i Parchi Deledda, N. Green, Alvaro che dislocati in vari punti della città  possono funzionare anche per il loro ruolo di aggregazione da aree di ricettacolo artistico e di forte valenza ambientale.

Anche la Città dei Ragazzi potrebbe esser un’utile spunto per avvicinare all’arte le nuove generazioni, in un progetto che non solo qualifichi sul piano estetico un luogo privilegiato per i giovanissimi, ma che sappia anche attivare processi di crescita culturale.

Lungo il Parco Fluviale e nell’area del Vallone di Rovito, possono trovare una sistemazione una gran quantità di sculture nelle aiuole e nelle piazzole. Per queste opere i finanziamenti, sempre nella stessa misura dei casi precedenti, dovranno essere sostenuti dall’Amministrazione comunale o da sponsor. Potrebbe essere  questo un modo per aggiungere nuova attrattiva a luoghi già naturalmente attrezzati, ma ancora poco frequentati dal pubblico.

Cosenza può essere così non solo la città dei parchi naturali, ma anche dei parchi integrati di beni naturali e di opere d’arte.

Anche l’area del Cimitero si presta ad alcuni interventi di sistemazione della facciata e dello spiazzo d’ingresso.

Si deve pensare contemporaneamente ad un valorizzazione delle opere esistenti attraverso una risistemazione degli spazi, una illuminazione adeguata ed la installazione di tabelle didascaliche per il pubblico. Si dovrà perciò procedere ad un censimento delle sculture dislocate nei luoghi pubblici  e ad una loro catalogazione con eventualmente anche la realizzazione di una guida illustrata da distribuire ai cittadini e ai turisti.

 

SITUAZIONE ESISTENTE E IPOTESI DI NUOVI INTERVENTI

 

ARTISTI E OPERE

LUOGHI

 

 

Già esistenti

 

Achille D’Orsi: Telesio (1914)

p. XV marzo

Giuseppe Pacchioni: La Libertà (1878)

p. XV marzo

Nino Bagalà e Clemente Spampanati:    Monumento ai caduti (1936)

p. della Vittoria

Altare commemorativo ai caduti del 1844 (1937)

Sacrario dei Fratelli Bandiera

NN: Fontana del Balilla (1934)

p. Crispi

Cesare Baccelli: I Caduti del Lavoro, La Pace, I bambini morti nella Seconda Guerra Mondiale (1974)

p. Zumbini - p. Kennedy - p. Spirito Santo

Giuseppe Rito: Busto di Ciardullo (anni ‘50)

p. XXV luglio

Mimmo Paladino: Elmo arcaico (1998)

p. Bruzi

Amerigo Tot: La catena Nord-Sud  (1960)

Area Vallone di Rovito

NN: Fontana di giugno

Corso Mazzini   (gia in Piazza Piccola)

O. Paskali.: Busto di Skanderberg (1978)

C. Plebiscito

Pietro Canonica: Madonna  (anni 50)

Piazza Loreto

Eduardo Filippo: Senza titolo

Spazio antistante Chiesa Cristo Re

 

 

Artisti Proposti

 

Mimmo Rotella

 

Mario Ceroli

 

Jannis Kounellis

 

Sol LeWit

 

Hidetoshi Nagasawa

 

Daniel Spoerri

 

Eliseo Mattiacci

 

Giuseppe Gallo

 

 

Piazze e aree da sistemare

 

p. Principe di Piemonte

 

p. Valdesi

 

p. Cappello

 

p. Svincolo Autostrada

 

p. Giovanni XXIII

 

Parco E. Morrone

 

Parco G. Deledda

 

Parco C. Alvaro

 

Parco N. Green

 

Città dei Ragazzi

 

Ingresso del Cimitero

Artisti per Viale Parco, Passeggiata fluviale, Parchi Morrone, Deledda, Green, Alvaro

 

Carla Accardi

 

Nicola Carrino

 

Alfredo Pirri

 

Arnaldo Pomodoro

 

Arman

 

Giuseppe Uncini

 

Michelangelo Pistoletto

 

Luca Maria Patella

 

Mauro Staccioli

 

Luigi Ontani

 

Richard Long

 

Tony Cragg

 

Joseph Kosuth

 

Mario Merz

 

Nunzio

 

Pietro Consagra

 

Bizhan Bassiri

 

Altri

 

Artisti scomparsi

 

Pericle Fazzini

 

Emilio Greco

 

Francesco Messina

 

Umberto Mastroianni

 

Ettore Colla

 

Piero Manzoni

 

 

Piazze e aree di futura sistemazione

 

p. Loreto

 

p. Scura

 

p. Stazione

 

S. Vito

 

v. Popilia

 

p. Riforma

 

p. Amendola

 

p. Acquedotto Merone

 

p. Campanella

 

p. Spirito Santo

 

p. S. Teresa

 

p. Matteotti

 

Area del Castello Svevo

 

p. Follari

 

SCHEDE BIOGRAFICHE DEGLI ARTISTI PROPOSTI

 

 

MIMMO ROTELLA

Catanzaro, 1918.

Vive a Milano.

 Dopo gli studi a Napoli all’Accademia di Belle Arti, si trasferisce nel 1945 a Roma e, dopo le prime sperimentazioni, elabora una maniera d’espressione pittorica di matrice neo-geometrica. Nel 1949 inventa la poesia fonetica, denominata, dallo stesso, “epistaltica”. La prima mostra con opere astratto-geometriche, risale al 1951, presso la Galleria Chiurazzi di Roma. Tra il 1951 ed il 1952, ottiene una borsa di studio, grazie alla quale può recarsi negli Stati Uniti all’Università di Kansas City. La Pop-Art e l’Espressionismo astratto americani, insieme all’Informale ed alle ricerche spaziali e materiche italiane, giocano un ruolo di rilievo nell’orientamento pittorico di Rotella. Tornato a Roma, nel 1953, ha un lungo periodo di crisi, durante il quale interrompe la produzione pittorica, fino alla “illuminazione Zen”: la scoperta del manifesto pubblicitario come espressione artistica. Così nasce il décollage. Nel corso del 1954, a Roma, alla mostra intitolata “Sei pittori sul Tevere”, espone per la prima volta il “manifesto lacerato”. In quegli anni si serve anche dei retro d’affiche, adoperando i manifesti dalla parte del verso ed ottenendo lavori non figurativi e monocromi. Nel ’58 esegue la serie “Cinecittà”, scegliendo le figure ed i volti dell’affiche cinimatografico e, alla fine degli anni ’50, inserisce nei décollage anche pezzi di lamiera e di zinco strappati dalle intelaiature delle zone d’affissione.

Nel 1961 aderisce al gruppo dei Nouveaux Réalistes e nel 1964 è invitato alla Biennale di Venezia. Nello stesso anno incomincia ad elaborare un procedimento di produzione seriale mediante la proiezione di immagini in negativo su tela emulsionata: la Mec-Art. Utilizzando prodotti tipografici, nel 1970 realizza le prime opere Art-typo. Le Plastiforme nascono nel 1975: manifesti strappati incollati su supporto di poliuretano con intenti tridimensionali.

Negli anni Ottanta elabora le ‘blanks’ o “coperture d’affiche” con fogli bianchi, di seguito realizza le ‘Sovrapitture’ e dal 1987 anche sui manifesti lacerati incollati su supporto metallico. 

Nel 2001 è invitato alla grande mostra sulla Pop art in Europa al Centro Pompidou di Parigi e ritorna con una sala personale  alla Biennale di Venezia

Bibliografia selezionata

P. Restany, Rotella: dal decollage alla nuova immagine, Milano, 1963; T. Trini, Rotella, Milano, 1974; R.Barilli – T.Sicoli, Rotella, catalogo della mostra, Rende, Museo Civico, Charta, Mi,1996; P.Restany, Nuoveax Réalistes. Anni ’60. La memoria viva di Milano, Milano 1997. B.Schwabsky, Rotellascope, “Rotella”, catalogo della mostra, New York, Galleria Marisa Del Re, 1996; P. Restany, Mimmo Rotella, catalogo della mostra, Galerie Dionne, Paris, 1996; P. Restany – M. Hentschel, Mimmo Rotella, catalogo della mostra, Wurttembergischen Kunstvereins, Stuttgart, 1998. P. Restany - T. Sicoli, Rotella,Storia di un’idea. Palombi, Roma. 1999

 

JANNIS KOUNELLIS

Pireo, 1936.

Vive a Roma.

Di natali greci, risiede in Italia dal 1956. A Roma studia all’Accademia di Belle Arti, ricevendo impulsi dal costruttivismo russo, da Fontana, Burri e Manzoni. Nel ‘58, aderendo all’informale, produce opere con segni tipografici ingranditi, lettere e numeri, che espone alla sua prima personale nel 1960 alla Galleria La Tartaruga.. Successivamente vi inserisce la tematica dell’objets trouvés e la performance. Nel ‘67 attratto anche dalle ricerche di Burri e Manzoni aderisce all’Arte Povera, utilizzando materiali del quotidiano o banali, per suggerire nuovi punti di vista, producendo installazioni sempre più complesse a partire dalla fine degli anni Sessanta. Al legno, alla canapa, all’oro, alla lana, alla cera, unisce il fuoco, simbolo di cambiamento e purificazione. Le statue bendate o le porte sbarrate fanno riferimento alla chiusura della società nei confronti di nuove prospettive. Nel ‘67 allestisce tre importanti personali alla Galleria l’Attico di Roma in cui  realizza complesse installazioni e sconfina nella performance. Nel 1976 affitta a Roma l’Albergo Lunetta, ribattezzato per l’occasione “Hotel Luisiana”, dove organizza un’azione collettiva nella quale anche il pubblico trova un suo ruolo attivo.

Contemporaneamente continua la sua ricerca sui materiali utilizzando elementi organici messi in contrasto con strutture metalliche che fungono da contenitori-espositori. Negli anni Ottanta usa con frequenza lamiere che prendono a modello o le misure del foglio da disegno o quelle del letto a due piazze, cui associa per contrasto materiali “poveri” come i sacchi di juta, il carbone, il legno, la cera, l’oro, il piombo, ma anche come il fuoco, la carne, i fiori.

La sua arte provocatoria e dissacratrice ha ottenuto successo sia in Europa che negli Stati Uniti.

Bibliografia selezionata

Kounellis, Parigi, ARC, Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris, 1980; G.Celant, Jannis Kounellis, Rimini, Musei Comunali, 1983; H.Friedel (a c. di), Jannis Kounellis, Monaco, Städtische Galerie im Lenbachhaus, 1985; Jannis Kounellis, Chicago, Museum of Contemporary Art, 1986; J.Blaut, Jannis Kounellis, in Arte italiana del XX secolo, Londra, Royal Accademy of Arts, 1989.

 

MARIO CEROLI

Nato nel 1938 a Castelfrentano, formatosi a Roma all'Istituto d'Arte, dedicatosi in primo lugo alla ceramica, Ceroli ha avuto un esordio precoce e felice, sostanzialmente da autodidatta, vincendo nel 1958 il premo per la giovane scultura alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma. La sua comparsa sulla scena artistica romana ha contribuito a quella riformulazione del linguaggio che ha caratterizzato gli anni '60 (e non solo in Italia) ed ha aperto la strada, precorrendole, alle poetiche dell'arte povera ed alle successive installazioni (che si svilupperanno alla fine degli anni '60) pur rimanendo nella struttura dell'immagine nell0ambito poetico di quella che fu definita la pop art italiana. Il gesto germinale e sostanziale di Ceroli è stato quello di lavorare su materiali naturali, primo fra tutti il legno (ma anche la terra, il vetro, il ghiaccio) per porre l'accento sull'elemento primario, sul senso emergente delle cose reali, sul valore simbolico dell'opera, sul gesto fondante dell'artista. Ha così destituito del suo valore il materiale aulico e "nobile" della scultura, investendo di una nuova e forte capacità di rappresentazione il materiale naturale e povero. Con le sue forme ritagliate nel legno grezzo, le sue citazioni da icone dell'arte, le sue ironiche mimesi e, poi, con le sue grandi "rappresentazioni" Ceroli ha reso fisica l'idea, l'ha tradotta in gesto e in materia e, nello stesso tempo, ha occupato lo spazio in una stupefacente proliferazione di forme, in quell'intento dell'artista "faber" di medievale ascendenza che si propone di disegnare la realtà e l'ambiente umano in ogni sua declinazione, ma nel farlo li trascende sublimandoli. Muovendosi dunque tra simbolo e realtà, Ceroli ha creato una alterità che, da sola, è il campo privilegiato dell'arte. Il carattere "invasivo" del suo lavoro lo ha portato allo sconfinamento in ambiti che solo un'idea angusta dell'opera d'arte assegna a categorie "inferiori"; il teatro in primo luogo, dove già nel '67 ebbe la sua prima esperienza con Riccardo III, e che non ha mai abbandonato, collaborando con i più importanti allestimenti di drammi e opere; il cinema; il disegno di interi ambienti, di "luoghi della vita" (così come in questo secolo hanno fatto i più grandi architetti, da Wright a Le Courbusier ad Aalto); la progettazione di chiese e del loro arredo interno, fino ad un progetto mai completato di teatro. Autore in primo luogo del proprio ambiente di vita e di lavoro, Ceroli ha raccolto in uno spazio di 3000 metri quadrati, straordinariamente suggestivo, i suoi lavori, oltre 500, in una specie di museo in continuo mutamento e accrescimento, che avrebbe intenzione di aprire al pubblico per renderlo vivo, fruibile, utile come stimolo e modello alle più recenti generazioni di artisti.

Nato nel 1938 a Castelfrentano, formatosi a Roma all'Istituto d'Arte, dedicatosi in primo lugo alla ceramica, Ceroli ha avuto un esordio precoce e felice, sostanzialmente da autodidatta, vincendo nel 1958 il premo per la giovane scultura alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma. La sua comparsa sulla scena artistica romana ha contribuito a quella riformulazione del linguaggio che ha caratterizzato gli anni '60 (e non solo in Italia) ed ha aperto la strada, precorrendole, alle poetiche dell'arte povera ed alle successive installazioni (che si svilupperanno alla fine degli anni '60) pur rimanendo nella struttura dell'immagine nell0ambito poetico di quella che fu definita la pop art italiana. Il gesto germinale e sostanziale di Ceroli è stato quello di lavorare su materiali naturali, primo fra tutti il legno (ma anche la terra, il vetro, il ghiaccio) per porre l'accento sull'elemento primario, sul senso emergente delle cose reali, sul valore simbolico dell'opera, sul gesto fondante dell'artista. Ha così destituito del suo valore il materiale aulico e "nobile" della scultura, investendo di una nuova e forte capacità di rappresentazione il materiale naturale e povero. Con le sue forme ritagliate nel legno grezzo, le sue citazioni da icone dell'arte, le sue ironiche mimesi e, poi, con le sue grandi "rappresentazioni" Ceroli ha reso fisica l'idea, l'ha tradotta in gesto e in materia e, nello stesso tempo, ha occupato lo spazio in una stupefacente proliferazione di forme, in quell'intento dell'artista "faber" di medievale ascendenza che si propone di disegnare la realtà e l'ambiente umano in ogni sua declinazione, ma nel farlo li trascende sublimandoli. Muovendosi dunque tra simbolo e realtà, Ceroli ha creato una alterità che, da sola, è il campo privilegiato dell'arte. Il carattere "invasivo" del suo lavoro lo ha portato allo sconfinamento in ambiti che solo un'idea angusta dell'opera d'arte assegna a categorie "inferiori"; il teatro in primo luogo, dove già nel '67 ebbe la sua prima esperienza con Riccardo III, e che non ha mai abbandonato, collaborando con i più importanti allestimenti di drammi e opere; il cinema; il disegno di interi ambienti, di "luoghi della vita" (così come in questo secolo hanno fatto i più grandi architetti, da Wright a Le Courbusier ad Aalto); la progettazione di chiese e del loro arredo interno, fino ad un progetto mai completato di teatro. Autore in primo luogo del proprio ambiente di vita e di lavoro, Ceroli ha raccolto in uno spazio di 3000 metri quadrati, straordinariamente suggestivo, i suoi lavori, oltre 500, in una specie di museo in continuo mutamento e accrescimento, che avrebbe intenzione di aprire al pubblico per renderlo vivo, fruibile, utile come stimolo e modello alle più recenti generazioni di artisti.

Bibliografia selezionata

Quintavalle A.C.: Mario Ceroli, Scuderie della Pilotta, Parma 1969 (cat.): “Mario Ceroli”, Flash Art, gennaio 1971; Calvesi M.: Mario Ceroli, Forte Belvedere, Firenze 1983 (cat.); Calvesi M.: Ceroli, la vittoria della luce, ICE ed., Roma 1989; AA.VV.: Identità-Alterità, Biennale di Venezia, Marsilio ed., 1995 (cat.).

 

HIDETOSHI NAGASAWA

Hidetoshi Nagasawa, artista giapponese di fama internazionale che ha scelto l'Italia come patria d'adozione, della sua origine orientale, nel suo modo di fare arte, ha conservato l'idea della natura. La natura è una forza trasformatrice che genera,alimenta e distrugge e l'uomo non può opporsi al suo potere. La natura e la memoria collettiva, costituiscono i principali punti di riferimento della poetica di Nagasawa e da esse egli attinge le forme come fossero fonti o sorgenti d'immagini. In sintesi per Nagasawa l'arte altro non è che la natura creata dall'uomo. Nasce in Manciuria nel 1940 da genitori giapponesi. Studia a Tokyo e dopo un lungo viaggio in bicletta attraverso l'Asia, nel 1967 arriva a Milano, dove ancora oggi vive e lavora. A Milano stringe un sodalizio intellettuale ed artistico con Fabro, Tonello e Trotta. Espone in tutto il mondo in importanti appuntamenti nazionali ed internazionali. Numerose sono anche le sue istallazioni permanenti all'aperto. Insegna alla Nuova Accademia di Belle Arti di Milano.

 

DANIEL SPOERRI (Daniel Isaac Feinstein)

Galati, 1930.

Con la morte del padre, nel 1942, dalla Romania la famiglia si stabilisce in Svizzera. Qui Spoerri incontra Tinguely nel ’49. Nel ’52 studia danza e mimo a Parigi, due anni dopo viene nominato ballerino dell’Opera di Berna e regista, compositore e coreografo del Kellertheater. Nel ’57 fonda “Material”, una rivista di poesia concreta e, alla fine degli anni Cinquanta, con Jean Tinguely, crea l’Autoteatro, dove lo spettatore è al contempo pubblico e attore. Nel 1959 si stabilisca a Parigi e comincia a lavorare a i primi Quadri-trappola. Nel ’60 aderisce al Nuovo Realismo. Nel 1961, dopo aver partecipato a diverse manifestazioni di gruppo e collettive, presenta la prima personale a Milano, alla Galleria Schwarz, con la serie dei Quadri-trappola che, l’anno dopo renderà come piéce teatrale ad Ulm. Nel ’63 a Francoforte presenta Dorotheanum: un istituto per il suicidio che, attraverso undici celle, offre undici modi diversi per suicidarsi. Nello stesso anno aggiunge ai quadri-trappola, come supporto, uno specchio ed espone in una galleria trasformata in ristorante, 723 utensili da cucina: Ai fornelli lo chef Spoerri Daniel, trovata che riprenderà ancora negli anni successivi, pubblicando due libri di cucina e aprendo a Düsseldorf un ristorante con appesa, alle pareti, la corrispondenza dei suoi ultimi quindici anni. Nel ’66, in Grecia, si allontana dall’ambiente artistico per meditare sui “poteri magici dell’oggetto”. Nel ’70 inaugura una galleria d’arte contemporanea sopra al suo ristorante e, a Milano, per il decimo anniversario del Nuovo Realismo, prepara L’ultima cena, banchetto funebre del Nouveau Réalisme e la Torta di Milano.

Bibliografia selezionata

Daniel Spoerri, Parigi, Centre National d’Art Contemporain, gennaio 1972; D.Spoerri, Catalogue anecdoté de 16 Oeuvres de l’artiste de 1960 à 1964, Ginevra, Galerie Bonnier, settembre 1981; Daniel Spoerri, Reutlingen, Spendhaus, aprile 1985; P.Restany, Nuoveax

Réalistes. Anni ’60. La memoria viva di Milano, Milano 1997.

 

 

SOL LEWITT

Hartford, 1928.

Vive ad Hartford.

Studia alla Syracuse University di New York dal 1948 al 1949 e, dal ’64 al ’67 insegna alla M.O.M.A. School ed alla Cooper Union, nel ’69 alla School of Visual Art della stessa città e, dal ’70, alla New York University.

Esponente di primo piano della Minimal Art statunitense, già nel 1964 si interessa alle problematiche del Costruttivismo e Neoplasticismo. L’anno seguente presenta alcune strutture lignee dipinte basate sul modulo primario del cubo. La sua prima personale è alla Daniels Gallery di New York nel 1965 e nel ’67 pubblica un Manifesto teorico sull’arte concettuale, iniziando, anche, la partecipazione a rassegne e personali in tutto il mondo: a Zurigo nel ‘68-’69, alla Galleria Sperone di Torino nel ’70,  a Parigi nel ’70, a Milano e a Londra nel ’71, allo Stedelijk Museum di Amsterdam nel 1974 ed alle edizioni 5 e 6 di Documenta Kassel.

Negli  anni Settanta si dedica alla progettazione di dipinti murali, i Wall Drawings, con un uso accurato del colore ottenuto per sovrapposizioni e progressive tamponature di tinte primarie.

L’operazione di LeWitt consiste nel partire da un presupposto concettuale che mira a smaterializzare il geometrismo del minimal, senza tuttavia rinunciare agli schemi geometrici.

Bibliografia

Sol LeWitt, “Flash Art”, giugno 1973; R.Barilli, Informale Oggetto Comportamento, II, Milano 1988; G.Dorfles, Ultime tendenze nell’arte d’oggi. Dall’Informale al Post-moderno, Milano 1991

 

ELISEO MATTIACCI

Eliseo Mattiacci nasce a Cagli (Pesaro) nel 1940. Al 1961 risale la sua prima mostra, una collettiva dedicata ai giovani artisti della Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma, in occasione della quale vince il primo premio per la scultura con l'opera Uomo meccanico. Nel 1964 si stabilisce a Roma. Del 1967 è la sua prima mostra personale: Mattiacci invade la galleria La Tartaruga di Roma con un tubo snodabile di ferro nichelato, lungo 150 metri, smaltato di giallo agip, che ha trasportato per le strade della città insieme ad un corteo di persone. Il Tubo, modificato in relazione ai diversi contesti, è presentato lo stesso anno nelle mostre collettive svoltesi a Foligno, a Parigi, alla Galleria La Bertesca di Genova, nella mostra "Mattiacci - Pascali" alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma. Nel 1968 a L'Attico di Roma, presentato da Vittorio Rubiu, Mattiacci espone opere realizzate con oggetti d'uso o materiali industriali manipolati, che provocano insolite esperienze tattili o esaltano visivamente forza di gravità, peso, magnetismo. La stessa dinamica compare in Tensione con pietra, esposto nella rassegna "Prospekt 69" a Düsseldorf e in Contrasti di peso e Calamita e trucioli, presentati da Alexadre Iolas a Parigi nel 1969. Nel catalogo della mostra, la prima di una lunga serie di esposizioni che Mattiacci tiene presso le gallerie di Iolas, l'artista scrive: «Amo esserci fisicamente nelle cose: poggiarci le mani, analizzarle e comprimerle, attraversarle: perché esistono. Per questo i materiali che uso sono vari: mi interessa vedere come reagiscono, come si piegano. Mi piace vedere una materia compressa da un peso, osservata in trasparenza, assistere a come si muove e varia nell'aria, nel sole, nella pioggia. Le dune di sabbia formate dal vento, oppure trattenute da membrane trasparenti; quel che galleggia, si arrotola, si srotola. E le azioni improvvise e instabili, l'incontro fortuito».
Dal 1968 si intensificano le opere di Mattiacci concepite nei termini di un'azione, in alcune delle quali lo spettatore viene coinvolto nel processo creativo. Risale a quell'anno "Lavori in corso", realizzata al Circo Massimo a Roma insieme agli allievi dell'Istituto d'Arte; seguono nel 1969 "Percorso" a L'Attico e "Zatteronmarante" compiuta nell'ambito della mostra "Al di là della pittura" a San Benedetto del Tronto. Nel 1971 Mattiacci espone se stesso a L'Attico con le braccia ed il busto ingessati; nel 1972 con l'ausilio del pubblico mette in scena le azioni Sostituirsi con una parte dell'artista alla galleria Schema di Firenze e Senza titolo agli Incontri Internazionali d'Arte di Roma; nel 1973 presenta Rifarsi e Pensare il pensiero alla galleria Iolas di Milano; nel 1976 installa Essere - respirare alla galleria La Salita di Roma, dove gli spettatori affermano la loro presenza imprimendo la parola "Essere" su una lastra di piombo. Nel 1970 alla mostra "Processi di pensiero visualizzati - Junge italienische Avantgarde" al Kunstmuseum di Lucerna, Mattiacci espone Assistere intensamente al processo di crescita: un quadrato di terra nel quale, l'erba cresce, giorno dopo giorno, delineando la sagoma dell'artista. Anche in Radiografia ossea del proprio corpo, presentata per la prima volta nella galleria Franco Toselli di Milano nel 1971, come in altre opere dello stesso periodo, compare una rappresentazione del corpo dell'artista. Comunicazione, interesse esistenziale ed antropologico per l'altro da sé, costituiscono gli ambiti di riflessione di molti lavori realizzati da Mattiacci nell'arco degli anni Settanta: Alfabeti primari, Cultura mummificata, Planisfero con fusi orari e Progetto totale, tutti esposti nel 1972 nella sala personale alla Biennale di Venezia.

Sono dedicati alle civiltà precolombiane e degli indiani d'America Rituale pellerossa del 1972 - 1973, Sette corpi di energia del 1973 e la spettacolare mostra del 1975 a L'Attico, "Recupero di un mito". Nel 1976 Mattiacci vince il premio Bolaffi e gli viene dedicata una monografia a cura di Maurizio Fagiolo dell'Arco. Nel 1979 nella galleria Jean et Karen Bernier di Atene Mattiacci espone per la prima volta le Piattaforme. Nel 1981 il Padiglione d'Arte Contemporanea di Milano gli dedica una mostra personale insieme a Vito Acconci. Mattiacci espone, tra le altre opere, l'installazione Roma 1981, una versione della quale, realizzata in cemento e intitolata Nato sulla città e rapportato alla città viene successivamente collocata lungo le mura di Terni. Nel novembre del 1982 si inaugura a Palazzo Mazzancolli di Terni un'ampia mostra antologica a cura di Marisa Volpi Orlandini.
A partire dagli inizi degli anni Ottanta il lavoro dell'artista si sviluppa nella direzione di quelle opere che Bruno Corà ha defìnito "Opere spaziali - cosmiche - astronomiche". Nel 1982 in una mostra personale nella galleria Appel und Fertsch di Francoforte a cura di Giuliano Briganti espone per la prima volta i disegni Predisporsi ad un capolavoro Cosmico - astronomico. Nel giugno del 1984 al Kunstforum di Monaco, invitato dalla Stätische Galerie im Lenbachhaus, realizza l'installazione Alta tensione astronomica. In novembre espone da Piero Cavellini a Brescia Scultura stratosferica del 1984. Nel giugno del 1985 alla Casa del Machiavelli a San Casciano in Val di Pesa presenta una selezione di disegni ispirati alle energie cosmiche dei corpi celesti. Risale allo stesso anno l'installazione "Torre dei filosofi" realizzata nella campagna di Monteluro (Pesaro). Sul lavoro viene pubblicato il libro La Torre dei filosofi con un dialogo tra Luigi Ballerini e Remo Bodei (Edizioni Essegi, 1985). Nel 1987 espone nella galleria L'isola di Roma Baffi di tigre o Cervo volante del 1985-1986, Carro solare del Montefeltro del 1986, Scultura stratosferica del 1986, Ossigeno del 1987 e Per Cornelia, la scultura dedicata alla figlia nata nel 1985. Nell'estate dello stesso anno inaugura una mostra personale al Parco di Miraramare e al Castello di San Giusto a Trieste a cura Bruno Corà. Nel corso del 1988 è invitato con una sala personale alla LXIII Biennale di Venezia; partecipa alla mostra "Undici artisti a Villa Domenica" a Moncenigo (Treviso), in occasione della quale realizza l'installazione permanente Porta del sole e la Galleria Civica di Modena gli dedica un'ampia mostra antologica a cura di Fabrizio D'Amico.
Nel 1989, nato da una idea di Eliseo Mattiacci, si inaugura il Centro per la Scultura Contemporanea Torre Martignana di Cagli, con opere, oltre che di Mattiacci, di Pietro Coletta, Marco Gastini, Icaro, Hidetoshi Nagasawa, Nunzio, Pino Pascali. Nel 1991, su invito degli Incontri Internazionali d'Arte di Roma, Mattiacci realizza due opere per il Museo di Capodimonte di Napoli. Tra novembre e dicembre dello stesso anno espone a Roma alla galleria Dell'Oca e alla galleria Sprovieri. In questa occasione viene pubblicata la monografia su Eliseo Mattiacci a cura di Bruno Corà (Edizioni Essegi, 1991). Nell'inverno del 1994 Mattiacci installa il lavoro Riflesso cosmico - Dall'alba al sorgere del sole sulla pista di pattinaggio di Cervinia (Aosta). Nel 1992, nell'ambito di una serie di eventi promossi da Bruno Corà e raggruppati sotto il titolo "Micce", dà vita ad Un ascolto di vuoto, una azione installazione ambientata nella cava di Sant'Anna nei pressi del Passo del Furlo (Pesaro), ripetuta nel dicembre del 1993 nel caos di un cantiere edile ad Alexanderplatz a Berlino. Tra il maggio ed il giugno del 1993 tiene un'ampia mostra negli spazi PradaMilanoArte a cura di Fabrizio D'Amico. Nello stesso anno l'istituzione Premio Marche gli dedica una mostra antologica presentata prima ad Ancona e, successivamente, all'Istituto Culturale Italiano di Parigi, a cura di Renato Barilli. Nel 1994 una grande scultura di Mattiacci in cemento e ferro, Le vie del cielo, viene installata nell'alveo del fiume Bidente presso Santa Sofia (Forlì). Risale al 1995 il lavoro Equilibrio compresso, collocato su uno sperone della Rocca di San Gimignano e realizzato nell'ambito del progetto, comprendente la partecipazione di altri artisti, curato da Giuliano Briganti e da Luisa Laureati. Nello stesso anno vince lo Special Prize del The Hakone Open Air Museum di Tokyo. Nel 1966 con la "scultura che guarda" vince il concorso per la sistemazione del giardino del Museo di Montefalco (Perugia). Nel maggio dello stesso anno espone al Museo d'Arte Moderna di Bolzano. Tra luglio ed ottobre Pesaro gli dedica un'ampia mostra, a cura di Bruno Corà, che inaugura il Centro per le Arti Visive ospitato nell'ex pescheria ottocentesca. In questa occasione lungo il vecchio porto della città viene installata, in permanenza, la scultura Riflesso dell'ordine cosmico. Risale alla primavera del 1997 la mostra personale di Mattiacci allo Studio Casoli di Milano. In settembre l'artista partecipa all'iniziativa "Varcare la soglia", nell'ambito della quale installa la scultura Ordine del 1995, nel parco della Casa Famiglia di Villa Glori a Roma. A partire dal 1997 il Centro per la Scultura Contemporanea Torre Martignana di Cagli, sotto la direzione di Fabrizio D'Amico, si arricchisce delle opere di altri artisti, pubblica il primo numero dei Quaderni della scultura contemporanea e dedica un omaggio a Mattiacci disseminando nella zona antica ed archeologica di Cagli otto lavori di grandi dimensioni in ferro, acciaio e corten, catalizzatori di energia, in contatto diretto con lo spazio cosmico.
Nel 1998 presenta nella mostra "Onde" che si tiene a Roma, a Opera Paese, una nuova serie di lavori; partecipa all'evento insieme allo scultore Vittorio Messina e ai musicisti dell'Ensemble Alter Ego. (Daniela Lancioni)

Bibliografia selezionata:

G. Celant, A Foligno. Lo spazio dell'immagine, in "D'Ars Agency", n. 37-38, agosto 1967

P. Restany, La Biennale dei giovani a Parigi, in "Domus", n. 458, gennaio 1968

V. Rubiu, Il secondo tubismo, in "La fiera letteraria", n. 22, maggio 1968

F. Menna, VIII Biennale di San Benedetto del Tronto, in "D'Ars Agency", n. 46-47, settembre 1969

R. Barilli, R. Bossaglia, L. Caramel, La Biennale come paradigma, in "Nac", n. 8-9, 1972

B. Corà, Eliseo Mattiacci, in "Data", n. 19, 1975

M. Fagiolo dell'Arco, Eliseo Mattiacci. Premio Bolaffi 1976, Torino, Bolaffi, 1976

G. Dorfles, Ultime tendenze dell'arte oggi, Milano, Feltrinelli, 1984

L. Cherubini, Eliseo Mattiacci, in "Flash art", n. 140, giugno 1987

B. Corà, Eliseo Mattiacci: Innesti e nuovi frutti della pianta scultura, in "Humus", novembre 1987

L'inutilità della bussola inventata da Flavio Gioia. Nelle derive dell'arte, testi di A.Bonito Oliva e G. Sassi, Amalfi, Antichi Arsenali, 1988

Roma anni '60. Al di là della pittura, mostra a cura di M. Calvesi e R. Siligato, Roma, Palazzo delle Esposizioni, 1990 (Roma, Carte Segrete, 1990)

B. Corà, Eliseo Mattiacci, Ravenna, Essegi, 1991

Varcare la soglia. Dieci artisti italiani a Villa Glori, mostra a cura di Daniela Fonti, Roma, Villa Glori, 1997 (Roma, De Luca, 1997)

Arte contemporanea. Lavori in corso 3, testi di G. Bonasegale, C. Christov Bakargiev, S. Lux, Roma, Galleria Comunale d'Arte Moderna e Contemporanea (ex stabilimento Birra Peroni), 1998 (Roma, De Luca, 1998)

 

GIUSEPPE GALLO

Rogliano, 1954.

Vive a Roma.

Figlio di un restauratore, nel 1976 si trasferisce a Roma, dove frequenta altri artisti suoi coetanei: Ceccobelli, Nunzio, Bianchi. Nello stesso anno incomincia ad esporre, orientandosi verso l’arte concettuale, per poi volgersi a recuperare i metodi pittorici tradizionali, insieme alle tematiche informali, in particolare facendo riferimento a Tàpies e Fautrier. Alla fine degli anni Settanta partecipa ad esposizioni internazionali, quali “Europa” nel ’79 a Stoccarda, esponendo regolarmente, fino all’’84, alla Galleria Ferranti di Roma. E’ negli anni Ottanta che, assieme a Nunzio, Ceccobelli, Dessì e Pizzi Cannella utilizza per il proprio atelier l’ex pastificio Cerere nel quartiere di San Lorenzo.

Nell’’85 è presente alla Biennale di Parigi e l’anno dopo a quella di Venezia. Negli anni Ottanta prende ad eseguire opere di grandi dimensioni, utilizzando tecniche antiche come l’encausto, rappresentando figure evocative e stilizzate. Dal 1985 espone regolarmente alla Galleria Sperone a Roma e alla Sperone Westwater di New York. Durante gli anni Novanta allestisce importanti mostre personali come quella alla XLIV Biennale di Venezia (1990), all’ARCO di Madrid (1991), alla Gian Ferrari Arte Contemporanea di Milano (1991), alla Galleria Di  Meo di Parigi (1992) e alla Galleria Otto di Bologna (1999). E’ del 2000 la mostra personale al Palazzo delle Esposizioni di Roma e del 2001 quella al Centro “Capizzano” di Rende. Due sue opere sono al Museum of modern art di New York.

Bibliografia selezionata

Giuseppe Gallo, catalogo della mostra, Siena, Galleria Alessandro bagnai, 1989; A.M.Corbi, Giuseppe Gallo, in “Proposte”, 7 dicembre 1990; E.Braun-G.Sperone, Giuseppe Gallo, Milano, catalogo della mostra, Galleria Gian Ferrari, 1992. R.Tio Bellido, Giuseppe Gallo, catalogo della mostra, Galleria Di Meo, Paris, 1992. A. Bonito Oliva, A. Capasso, T. Sicoli, Giuseppe Gallo, Prova generale 1979-2001, Centro Capizzano e Ar&s, Cosenza-Catanzaro, 2001.

 

PRIMO INTERVENTO

MIMMO ROTELLA  IN PIAZZA XI SETTEMBRE

(già Principe di Piemonte)

 

L’ARTE E LA CULTURA CONTRO LA VIOLENZA E IL FONDAMENTALISMO

 

“Rinascita” è il titolo dato da Mimmo Rotella alla scultura proposta per Piazza 11 settembre (ex Principe di Piemonte) e che è stata meglio puntualizzata rispetto al progetto originario, per meglio significare il primato della cultura e del sapere sull’ignoranza e su tutte le forme di “fondamentalismo”. L’opera, in bronzo, raffigura una catasta di libri, che nella sommità  sembrano, con le loro pagine aperte, suggerire un volo d’uccelli. Su una base che riproduce le prime forme di comunicazione dei graffiti rupestri, l’accumulo di tanti tomi costruisce un ideale “monumento” al progresso della conoscenza riferita sia alla cultura umanistica che a quella scientifica. La piramide di libri rappresenta la globalità del pensiero umano inteso come capacità di emancipazione dalla barbarie e di riscoperta dei più autentici valori dello spirito e della coscienza umana. 

I tragici fatti dell’11 settembre, più che con immagini retoriche e di banale illustrazione (si bensì ai tanti brutti monumenti ai caduti della guerra, disseminati un po’ ovunque, con la scontata iconografia del soldato con fucile e baionetta!!!), proprio per la loro portata meritano un discorso più interiore e più profondo. Meritano certamente, più che una generica condanna e uno specifico ricordo, una riflessione  più ampia sull’origine di ogni violenza e di ogni intolleranza (religiosa, ideologica, etnica) frutto dell’incultura e di una distorta concezione della propria identità di gruppo, basata su principi rigidi e ottusi, che si contrappongono all’apertura di idee e agli ideali di pacifica convivenza dei popoli e delle diverse culture.

Mai come oggi la cultura, identificata nel sapere che si elabora e tramanda con i libri, è la vera arma per combattere, simbolicamente e praticamente, ogni logica della sopraffazione e dell’aggressione di alcuni uomini contro altri uomini. E soprattutto in momenti di crisi dell’intera umanità come quello attuale che si avverte la necessità di rifugiarsi nella lettura e nella riflessione sui valori e i destini del mondo, come ben conferma lo stesso  Umberto Eco quando coglie nell’incremento della vendita di libri (il 30 %) un segnale del forte bisogno di interiorizzazione e di spiritualità che accompagna i drammatici eventi di questi mesi.

La stessa collocazione di un’opera d’arte, inoltre, al di là di un intento celebrativo e di monito, deve rappresentare di per sé una risposta alla follia del terrorismo e agli orrori della guerra, l’affermazione della forza della poesia e della creatività in risposta all’odio e alla distruzione, il trionfo della cultura della vita sulla disperazione della morte. L’arte è progetto, è pensiero positivo, è speranza del futuro.

“Credo che l’artista sensibile a ciò che succede nel mondo – ha dichiarato recentemente Mimmo Rotella al Corriere della sera - dovrebbe raccontare con la sua creatività i fatti più importanti della nostra vita. Mi sono chiesto se in un momento  così tragico l’arte fosse una risposta sufficiente alle follie che ci circondano. L’arte è pace, è profezia. E quindi dopo la morte c’è la rinascita”.

 Cosenza 2001/2002

 

         

indietro