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“Il Quotidiano”- 24 giugno 2004

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’analisi

“IN CULTURA NON ESISTONO DESTRA E SINISTRA”

di Tonino Sicoli

 

 

Quando nel 2001 proposi a Giacomo Mancini, che mi aveva chiamato per un parere sulla sistemazione dell’allora piazza Principe di Piemonte (poi 11 settembre), il progetto “La città come museo all’aperto”, pensavo che la disseminazione di opere d’arte in tanti luoghi pubblici  potesse costituire un valore aggiunto alla già ricca storia di Cosenza. Il problema di rilanciare l’immagine di Cosenza, sposando l’antico con il moderno, ci era sembrata una scommessa da tentare anche se – mi si disse subito al Comune – le risorse economiche erano poche. Elaborammo così una formula per le acquisizioni che prevedeva un prezzo “politico” per gli artisti invitati – tutti di livello internazionale – i quali, riconoscendosi nel progetto e nel gruppo selezionato, avrebbero accettato di realizzare un’opera al di fuori dai prezzi di mercato. Fu così che a dare l’avvio agli interventi di musealizzazione venne chiamato Mimmo Rotella, che realizzò la scultura “Rinascita della cultura” in Piazza 11 settembre. C’era già una lista di altri artisti viventi e contatti ben avviati: da Mario Ceroli, che venne addirittura a fare un sopralluogo a piazza Valdesi, a Jannis Kounellis, da Hidetoshi Nagasawa a Sol Lewitt. Si preparò un piano complessivo di sistemazione delle aree esterne con l’inserimento di opere nuove, ma anche di riordino delle sculture già esistenti.

Il progetto “La città come museo all’aperto” è stato ripreso in questi mesi e ha subito una inaspettata spinta propulsiva con la donazione del collezionista italo-americano Carlo Bilotti che ha regalato a Cosenza una scultura di Emilio Greco da posizionare all’incrocio fra via Arabia a Corso Mazzini in un largo, fin’ora senza nome, che prenderà il nome di Lisa Bilotti, figlia prematuramente scomparsa del mecenate cosentino. Poi è arrivata la notizia che Bilotti avrebbe voluto regalare un’intera collezione di sculture di artisti del Novecento per il Museo all’aperto da collocare a Piazza Fera e nel tratto pedonale fra questa e piazza XI settembre. Un’acquisizione a costi materiali zero, ma con la promessa sancita in una convenzione, che, post mortem (perché la legge non consente altrimenti), la piazza, che ospiterà 5 sculture di Piero Consagra, prenderà il nome del donatore.

A questo punto è sorto il putiferio con la scesa in campo dei difensori della tradizione e della storia di Cosenza, che vorrebbero sì le sculture promesse di Consagra, De Chirico, Dalì, Pomodoro, Indiana e forse altri, ma senza nessun tributo toponomastico al magnanimo Bilotti.

A parte la caduta di stile di fronte ad un gesto di generosità ( è come se di fronte a che ci fa un dono gli si chiedesse conto del costo del  regalo!) mi pare che in ogni dono è simbolicamente implico uno scambio, di “favori” o di un altro dono. Chi, ricevendo un regalo, non si è sentito obbligato moralmente a restituirlo con uno di pari valore? O, chi, ricevendo un favore, non si sente  in dovere di ricambiare la cortesia? Chi fa un dono – che lo ammetta o no - si aspetta sempre di essere ricambiato. Le stesse relazioni interpersonali, compresi gli affetti, richiedono reciprocità. E sufficiente all’innamorato amare senza essere riamato? L’importante è che i termini dello “scambio”, materiale o immateriale e, comunque, simbolico, siano sinceri, palesi, legittimi e non avvengano con sotterfugi e secondi fini. Ma se le stesse religioni esortano alle buone azioni per far ottenere una “ricompensa eterna”! E che dire delle cattoliche indulgenze per condonare una pena? E gli accordi politici dove li mettiamo?

Poi, per quanto riguarda l’umano desiderio di essere ricordati ai posteri mi pare che gran parte della  storia dell’arte è debitrice a questa “debolezza” di sovrani, papi e mecenati: dal faraone Cheope, che consegnò la sua memoria ad una piramide gigantesca, a papa Giulio II, che si fece edificare una tomba monumentale da Michelangelo.

Se poi questo “accanimento politico e mediatico” sulla questione si riduce, come al solito, a una contrapposizione di destra e sinistra o maggioranza e opposizione, non penso si faccia un buon servizio alla città, che merita su questi temi di valenza culturale un confronto più sereno e costruttivo, meno preconcetto e pretestuoso. In materia culturale non c’è destra e sinistra, ma solo l’alto e il basso. E dotare Cosenza di un patrimonio di opere d’arte come quelle che donerà Bilotti significa far volare alto la città, sprovincializzare la sua immagine, candidarla seriamente, proprio per questa peculiarità, al riconoscimento di sito dell’Unesco, ovvero Patrimonio dell’Umanità.

E mi sembra futile e diversivo, in una città in cui manca una via intestata a Federico II e  tante strade e piazze sono, invece, intitolate a illustri sconosciuti o hanno banali toponimi, accapigliarsi su un nome e perdere un’opportunità concreta di arricchimento culturale e materiale (il valore commerciale delle opere donate è di una diecina di miliardi di vecchie lire!). Già una ventina di opere di De Chirico che Bilotti voleva lasciare a Cosenza sono finite a Roma  proprio per alcune pastoie burocratiche poste dalla Soprintendenza ai beni artistici, che solo in tempi recenti  si è aperta ad una più elastica azione di promozione e valorizzazione dei beni tramite esposizioni, comprese quelle d’arte contemporanea.

Ben venga, allora, lo sforzo di mediazione del sindaco Eva Catizone, affiancato dall’assessore al patrimonio culturale Giovanna Tartoni, per conciliare le ragioni dei sostenitori della storia locale e la prospettiva di sviluppo culturale offerta da questa donazione.

Alzando l’offerta, perché non proporre a Bilotti di dare il suo nome alla passeggiata di sculture che va proprio da piazza XI settembre a piazza Fera, lasciando inalterata la toponomastica  delle piazze e delle vie comprese, o, meglio ancora, l’intero Museo all’aperto disseminato nell’intera città di Cosenza?

 

Il Quotidiano della Calabria, 13 settembre 2004

 

         

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