"Da Picasso a Warhol"    dalla collezione di Carlo F.Bilotti                        

 

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Francesco Clemente

 

    (Napoli, 1952)

 

 

 

Amalfi: Ragazze che ballano, 1992

Una figurazione trascurata, ingenua, imprecisa e selvaggia, con tratti della cultura popolare mutuata dal fumetto e dai graffiti metropolitani, caratterizza le opere di Clemente che si impongono per la loro spettrale consistenza. Le forme si smaterializzano con una pittura fluida che fonde simboli astratti e figure umane, disposti sulla superficie. Nel caso di queste Ragazze che ballano la tecnica dell’acquerello esalta l’effetto di  trasparenza delle figure che si susseguono nella loro strampalata anatomia, grottesche silhouette di un improbabile show. Una poesia diafana inonda la composizione che evoca atmosfere trasognate, in uno spazio dove tutto accade in maniera rallentata. I corpi sono abbozzati e assumono pose innaturali, le forme sono mescolate, l’azione è indicata più che eseguita.

In questo modo Clemente interpreta l’esperienza della transavanguardia attraverso il filtro di una sensibilità leggera e visionaria, formatasi attraverso un nomadismo che mette in contatto e in cortocircuito l’Occidente e l’Oriente. Cioè: da una parte la contiguità con l’arte americana aggressiva e consumistica, mutuata oltre che dai soggiorni a New York, anche dall’amicizia con Warhol e Basquiat; dall’altra l’apporto della cultura artistica indiana, più ideografica e spirituale, derivata dai suoi soggiorni a Madras.

 “Clemente – scrive Achille Bonito Oliva - lavora sullo slittamento del significante, su una catena di assonanze, di analogie visive che liberano l’immagine da ogni obbligo e riferimento. Tutto questo crea un  nuovo stato significativo dell’immagine, una sorta di quiete, in quanto essa è stata sottratta al rumore dei suoi tradizionali riferimenti e portata nella posizione di un diverso orientamento, esplicito e falsamente convenzionale” (Nuova soggettività, 1980).

I personaggi al limite del grottesco assumono posizione in uno spazio antiprospettico, pluridirezionato; il disegno ad inchiostro nero o l’acquerello terso tracciano un’umanità dissonante, con i corpi frammentati dalle variazioni imprevedibili; con semplificazioni formali che riproducono approssimativamente la realtà.

La rappresentazione infedele delle cose spiazza l’occhio e la visione strabica rianima la mente.

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