"Da Picasso a Warhol"    dalla collezione di Carlo F.Bilotti                        

 

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Giorgio De Chirico

 

    (Volos, Tessaglia, 1888 - Roma, 1978)

 

 

 

Cavaliere con due  personaggi  antichi in riva al mare, 1929

 L’opera appartiene al periodo del ciclo dei Gladiatori e dei cavalli sulla spiaggia, immagini a metà strada fra la fascinazione mitologia e le immagini della memoria. De Chirico è nato ad Atene e si porta dietro per tutta la vita le visioni dei luoghi d’origine dove la classicità la si respirava nell’aria. I personaggi antichi sono tratti dai gruppi scultorei classici, ai quali si richiamano nel ritmo dei gesti e nell’eleganza delle posture. A partire da 1926 l’iconografia dechirichiana abbandona la poetica della Metafisica, rarefatta e assente, per sposare una visione affabulatoria e una pittura mitologica.

De Chirico nel 1924 aveva conosciuto Raissa Gurievich, una ballerina russa che aveva seguito a Parigi dove lei voleva studiare archeologia alla Sorbona.

La suggestioni dell’archeologia si combinano, così, con le ambientazioni in riva al mare, in uno scenario irreale abitato dai racconti di un passato mitico. I rocchi delle colonne cadute e i templi sullo sfondo ricostruiscono un contesto da Grecia antica, che rivive nei suoi quadri misteriosa e lontana.

L’atmosfera e le vedute sono quelle descritte nelle pagine di “Hebdomeros”, lavoro letterario scritto da De Chirico a Parigi nel 1929. In quegli anni francesi si avvicina ai surrealisti, ma le sue diffidenze e, soprattutto, le scelte classiciste gli procurano un’accesa contestazione dei seguaci di Breton in occasione di una sua mostra con le nuove opere nella galleria di Léonce Rosenberg.

I cavalli, che sono un simbolo di forza e vitalità, attraggono molto De Chirico, che li ritrae in pose da monumenti equestri, con code fluenti, come, pure, in Cavalli con Dioscuri in riva al mare del 1928,  Cavalli in riva al mare del 1929 o nei più recenti Cavalli su una spiaggia ellenica del 1963, dalle forme più barocche e dal tratto filamentoso, ma dalla medesima portata simbolica.

 

 

 

L’archeologo solitario, 1937

 

Personaggi misteriosi, dal busto esageratamente allungato e dagli arti inferiori esageratamente piccoli, con l’addome invaso da rovine, gli Archeologi sono un soggetto emblematico della pittura di De Chirico. In qualche modo rappresentano l’evoluzione in chiave più immaginifica dei manichini metafisici, dei quali mantengono la testa “a uovo”, senza volto, e l’atteggiamento meditativo col capo reclinato.  Fin dagli anni Venti l’idea di un personaggio inquietante che “scava dentro di sé” ispira a De Chirico Il dubbio del filosofo / Il riposo del filosofo (1926), I Figli di Hebdomerus (1926) e I manichini araldici (1926). Col titolo di Hebdomeros  nel 1929 esce anche il suo romanzo surrealista.

In questo Archeologo solitario De Chirico intreccia la mitologia con i manichini, facendo affiorare dalle viscere di questi personaggi metafisici, rocchi di colonne, tempietti, archi e frammenti di statue inseriti un ambiente desolato.

Gli Archeologi compaiono nella pittura di De Chirico nella metà degli anni ’20, da soli o in coppia, ma saranno ripresi nella sua pittura degli anni Sessanta.  

Seduti all’aperto o al chiuso in stanze, che con difficoltà li riescono a contenere, questi personaggi conservano il loro mistero ben celato, mummificati nella loro bizzarra conformazione “con il tronco monumentale e le gambe corte come apostoli di cattedrali gotiche”.

 

 

Regate storiche a Venezia, 1948

 

Il tema della città che nel periodo metafisico aveva ispirato Le piazze d’Italia, vuote e spettrali, ritorna in queste veduta veneziana ma in chiave diversa, ovvero con intenti illustrativi e modi barocchi. De Chirico già da molti anni dipinge vedute di Venezia. Egli ha l’abitudine di recarsi ogni anno in questa città e nell’albergo dove soggiorna gli riservano la camera che guarda il Canal Grande, in modo che egli può eseguire numerosi studi sull’isola di San Giorgio. In questi quadri lo spazio della città non è più vuoto e solitario ma al contrario vivo, ricco di personaggi e di avvenimenti. Come dire che la magia di Venezia non ha bisogno di espedienti aggiuntivi.

 

 

 

Guerriero  reggente un cavallo alla briglia (Cavallo e cavaliere con sfondo di maniero), 1953

 

I cavalli sono tra i soggetti preferiti all’artista. Il primo quadro che De Chirico espose in pubblico riproduceva un cavallo.

In questo dipinto, su una spiaggia, dietro cui spunta un castello, sono raffigurati un uomo e un cavallo leggermente impennato, quasi a divincolarsi e liberarsi dalla presenza dell’uomo. Nelle sue Memorie, l’artista ricorda la grande impressione provata davanti alle opere di Rubens, grande maestro di figure equestri.

Rispetto al proprio percorso artistico, invece, chiari sono i rimandi al Cavaliere con due  personaggi  antichi in riva al mare (1929) della stessa collezione, ai Cavalli con Dioscuri in riva al mare (1928) e più in generale ai Gladiatori e ai gruppi di cavalli e figure umane dipinti fra il 1926 e il 1929. Anche il guerriero ritorna costantemente nell’opera dechirichiana. Tra le molteplici fonti iconografiche alle quali il pittore attinge ci sono gli antichi mosaici romani di gladiatori e guerrieri. Gli spunti arrivano dall’archeologia ma anche dai kolossal cinematografici di cui De Chirico era un ammiratore. Non mancano intrusioni di pittura rinascimentale e barocca, nella struttura pomposa del quadro, nella ricercatezza delle forme ridondanti, nelle tinte fosche.

La pennellata è densa, nervosa, vibratile, in maniera da arricchire l’espressività della scena, la materia pittorica è corposa e pesante, il segno forte e deciso.

 

 

Orfeo solitario, 1973

 

L’immagine di questo Orfeo solitario  deriva da quello degli Archeologi. C’è sempre la medesima figura seduta e sproporzionata, con il corpo molto alto e le gambe molto piccole. L’espediente metafisico di accostare elementi dissonanti funziona ancora e dopo i Manichini, i Costruttori di trofei e gli Archeologi, ecco questo Orfeo che si porta dentro un accumulo di squadre, righe e righelli. Sono gli stessi oggetti ermetici che De Chirico ha usato tante volte in opere metafisiche notissime come La malinconia della Partenza (1916), Ettore e Andromaca (1917), Il Grande Metafisico (1917), ma qui invece che all’esterno delle figure si collocano al loro interno. L’idea dell’accumulo di elementi eterocliti  è un gioco infantile che suggestiona molto De Chirico e che ritroviamo anche nelle opere del fratello Alberto Savinio.

Anche il mito di Orfeo, musico e figura di riferimento delle dottrine “orfiche”, è assunto nel suo simbolismo iniziatico e esoterico, che ben calza alla concezione dell’artista secondo De Chirico.

 “L’artista – scrive il pittore – attingerà l’opera veramente profonda dalle profondità più remote del suo essere, dove non si ode alcun rumore di ruscello, alcun canto d’uccelli, alcuno stormire di foglie”.  

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