"Da Picasso a Warhol"    dalla collezione di Carlo F.Bilotti                        

 

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Piero Dorazio

 

    (Roma, 1927)

 

 

 

Borealis I, 1986

 

Muovendo dalla lezione dell’Astrattismo degli anni Trenta e dall’esperienza del MAC (arte concreta), Dorazio è sempre stato affascinato dalla ricerca sulla forma pura, sganciata da tutti i moduli rappresentativi. Con questo intento costituisce assieme a Turcato, Consagra, Perilli, Accardi e Sanfilippo il gruppo Forma (1947) che rappresenta la risposta “da sinistra” al realismo sociale dell’arte cosiddetta “impegnata”: “Noi ci proclamiamo formalisti e marxisti – sostengono – convinti che i termini non siano inconciliabili, specialmente oggi che gli elementi progressivi della nostra società debbono mantenere una posizione rivoluzionaria e avanguardistica e non adagiarsi all’equivoco di un realismo spento e conformista”.

Dopo lunghi esperimenti plastici, con l’esecuzione di rilievi lignei, Dorazio si interessa ad una ricerca sugli intrecci cromatici caratterizzando la sua pittura con le textures. Organizza strisce di colori intessute in trame di luce, che attraversano lo spazio e che visualizzano linee di forza. Le stesure si fanno intense e marcate in una spazialità modulata da una geometria dinamica, che controlla i flussi interni della superficie.

Alla fine degli anni Cinquanta realizza dipinti nei quali le linee colorate e i fasci di luce si infittiscono, mentre dopo il 1963 usa grandi nastri verticali dalle tinte accese.

In Borealis, opera dal titolo suggestivo, adotta la struttura a fasce ondulatorie del fenomeno atmosferico dell’aurora boreale, scomponendo la luce come avviene in natura nelle regioni polari.  Senza imitare gli aspetti della natura ma riproducendone i meccanismi e i processi formativi, ricerca e studia la luce in relazione allo spazio, tracciando una geometria elementare che indaga i colori e la struttura visiva.

“Troppo spesso, negli ultimi anni, – dice -  abbiamo creduto che bastasse campire o sottolineare, magari con timbri dissonanti, i vuoti di forme o schemi grafici di origine post-cubista disegnati automaticamente. Abbiamo frainteso le possibilità emotive del colore, ne abbiamo trascurato la naturale luminosità, dimenticando cosa possono diventare un rosso o un verde che trasformino la materia pittorica intrisa di luce in una potente carica espressiva. Abbiamo costruito spazi infiniti, armoniosi, ma privi di luce. In queste ricerche sono partito dal buio. Ho cominciato a distribuire, su una struttura compositiva elementare, toni neutri e colori puri” (Venezia, 1955).

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