"Da Picasso a Warhol"    dalla collezione di Carlo F.Bilotti                        

 

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Jean Dubuffet

 

    (Le Havre, 1901 - Parigi, 1985)

 

 

 

Luogo con 4 personaggi (Site avec 4 Personnages), 1982

 

Quando nel 1945 Jean Dubuffet conia il termine di Art brut vuole indicare un’arte spontanea, istintiva, infantile  priva di implicazioni estetiche e di problematiche culturali.

In un mostra parigina del 1947 presenta addirittura disegni di malati mentali, di veggenti e di medium, di pittori dilettanti e di anonimi graffitari. Di fatto partendo dal primitivismo dei fauve e dall’automatismo dei surrealisti (Max Ernst e Matta soprattutto) riporta in ambito informale un gusto selvaggio e volutamente rozzo, anticipando in qualche modo il graffitismo degli anni Ottanta. Il caso e l’approssimazione formale giocano un ruolo importante nella sua pittura, che è eseguita con intento dissacratorio; le figure, al limite dell’astrazione, assumono toni grotteschi e un piglio ironico.

In un universo immaginario popolato di pupazzi e scarabocchi, a metà strada fra il gioco fanciullesco e l’allucinazione, l’opera di Dubuffet si carica di valenze psichiche e di gestualità prorompente. L’atteggiamento anticulturale, la convinzione che possa esistere anche una arte “alternativa”, porta il pittore francese a sperimentare non solo le nuove frontiere dell’immagine spontanea e le visioni irrazionali, ma a  provare nuove tecniche extrapittoriche con l’assemblaggio di materiali disparati come la carte dei giornali, il sughero, il catrame, la sabbia, gli intonaci, le lamine metalliche, ma anche le ali di farfalla e le foglie.

 

 

Luogo aleatorio con 4 personaggi (Site Aléatoire avec 4 Personnages), 1982

 

Dubuffet considera l’arte un’esperienza alla portata di tutti, a patto che ci si lasci andare e ci si liberi dai freni inibitori della cultura. A sostegno delle sue tesi scrive anche un saggio teorico dal titolo Asfissiante cultura (1968).

Guarda con interesse alle espressioni primitive e alle interferenze degli idiomi visivi nel linguaggio di un’arte globale, ovvero che vive di tutti i segni della comunicazione visiva e dell’espressione umana.

Dall’Arte Visionaria dei primi anni Venti all’Arte Informale degli anni Cinquanta, la ricerca di Dubuffet si caratterizza per l’anarchia professata, per la gestualità e per l’impiego di materiali “poveri”. Sono evidenti anche i punti di contatto con l’espressionismo astratto e l’action painting di Pollock.

I personaggi dagli occhi strabuzzati, con le bocce spalancate, confusi in un groviglio di forme, sono caricature di un’umanità in crisi, senza più certezze, simboli spontanei di un mondo lacerato e schizoide.  

L’arte è perciò una “necessità interiore”, una forma di catarsi, un’azione rituale che esaurisce nel suo stesso farsi ogni tensione espressiva.

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