"Da Picasso a Warhol"    dalla collezione di Carlo F.Bilotti                        

 

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Lucio Fontana

 

    (Rosario di Santa Fè, Argentina, 1899 - Milano, 1968)

 

 

 

Concetto Spaziale. Attese (Verde),1962

 

Lo spazio è il protagonista delle opere di Lucio Fontana, che lo concepisce non più in termini di rappresentazione bensì esplorandolo in modo diretto. Se gli artisti del Rinascimento fedeli ad una concezione euclidea lo “misuravano” da un punto di vista unico tramite la prospettiva e Picasso lo scomponeva in una visione multipla,  Fontana cerca la spazialità direttamente sulla tela e senza più nessuna allusione a spazi naturali.

Già le correnti astratte sviluppatesi fra gli anni Trenta e Cinquanta avevano progressivamente spinto verso le estreme conseguenze la ricerca di una spazialità. Con gli anni Cinquanta si apre un’era di arte radicalizzata, completamente autonoma da ogni contenutistica e tutta giocata sulla fisicità dell’opera.

Nel 1946 Fontana lancia in Argentina il Manifesto Blanco, che già contiene i fondamenti teorici dello Spazialismo, il movimento da lui fondato a Milano nel 1947. Nel 1949 esegue le prime tele con i “buchi” e nel 1958 passa ai “tagli”.

La spazio interno ed esterno non è rappresentato ma realmente esplorato attraverso tagli e buchi nella tela, che aprono effettivamente degli squarci e fanno intravedere il vuoto retrostante. La lacerazione mette in evidenza la superficie in tutta la sua essenzialità; dopo Fontana lo spazio in arte non è più una simulazione ma un’area concreta, violabile e aperta, primo passo verso la creazione di ambienti veri e propri.

I buchi e i tagli rivelano un’altra dimensione, scoprendo una spazialità fisica ma anche concettuale. “Più in là della prospettiva – spiega Fontana – la scoperta del cosmo è una dimensione nuova, è l’infinito; allora buco questa tela, che era alla base di tutte le arti e ho creato una dimensione infinita”. (Autoritratto, 1969)

 

 

 

Concetto Spaziale. Attese (Blu), 1960

 

Fontana chiama i suoi squarci “concetti spaziali” a voler sottolineare la componente concettuale della sua operazione, in cui l’idea di spazio è prima di tutto una conquista mentale. Per i “tagli” aggiunge il termine “attese” alludendo ad un atteggiamento metafisico di sospensione e di pausa, di calma e, probabilmente, di aspettativa del futuro, visto che in alcuni dei primi lavori – siamo alla fine degli anni Quaranta - inserisce anche la scritta “anno 2000”.  

Per lui il futuro dell’arte sta nell’impiego di “nuovi mezzi, come la radio, la televisione, la luce nera, il radar e tutti quei mezzi che l’intelligenza umana potrà ancora scoprire” (Terzo Manifesto del Movimento Spaziale, 1950).

In queste opere il taglio è esatto, assoluto; unici o molteplici i tagli esaltano le superfici monocrome che “vivono” di quel gesto risolutore. Anche l’orientamento e il ritmo delle fenditure scandiscono un’irripetibilità del gesto, anche nell’apparente somiglianza di tante opere. Il taglio, portato a segno con sicurezza e precisione, è il momento della verità per l’artista, che partecipa così di un frammento d’infinito e di un battito d’eternità. 

Le Attese, realizzate in un arco di tempo che va dal 1958 al 1968, sono il ciclo più ricco e più noto dell’artista e sono diventate il simbolo di una rivoluzione dei linguaggi dell’arte.

“La lezione che ne viene – sostiene Enrico Crispolti – è soprattutto nella misura di suprema naturalezza e singolarità inventiva del suo gesto poetico, acutamente centrale, sempre essenziale, decisivo, per una nozione non statica dell’universo che ci include”.

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