"Da Picasso a Warhol"    dalla collezione di Carlo F.Bilotti                        

 

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Emilio Greco

 

    (Catania, 1913 - Roma, 1995)

 

 

 

La partenza, 1989

 

Greco dà al disegno una dignità autonoma. Le figure disegnate sono tornite come le sculture ma mantengono una meditata leggerezza ed una impalpabile consistenza che è altra cosa dal volume compatto, anche se elegante, delle sculture a tutto tondo e dei compressi bassorilievi.

Il disegno per uno scultore non è solo lo studio di ciò che verrà impresso nella materia, ma è come se egli volesse cogliere l’essenza immateriale delle cose, prima di dare loro corpo e concretezza. Con le linee le forme vengono sussurrate, accarezzate e certi soffi di poesia trovano maggiore corrispondenza nella lievità di un tratto che non nella consistenza delle masse. Il disegno è un’aspettativa affidata alla carta, un appunto, un promemoria.

Scrive Greco in una sua poesia:

Fortuna che la bellezza così labile

nella quale ci si rifugia a ritroso

si ferma nel tempo della memoria

e lungamente vi rimane immobile.

 

In questo disegno viene raffigurata una ragazza che monta a cavallo, in una straordinaria fusione compositiva: l’animale e la cavallerizza sono protesi in avanti in un tensione tutta contratta che preannuncia la partenza, l’energia è tutta potenziale, i muscoli degli arti sono tesi. Il titolo La partenza rimanda alla serie di acqueforti Commiati, in cui l’artista tocca lo stesso tema del viaggio e del distacco.

Come nelle sculture, il movimento non è mai in atto ma suggerito. La stasi racchiude il progetto della corsa in una gestualità dosata. Anche i soggetti che presentano movenze si atteggiano in maniera  ariosa, con pose modulate. Si guardino le Bagnanti, le Pattinatrici, ma anche il Monumento a Pinocchio in Collodi (1953 – 1956), opera  fra le più complesse e dinamiche di Greco.

Ovunque nella sua opera si evidenzia la sua serena concezione classicista, che ha preso le mosse dall’ammirazione giovanile per il Trono Ludovisi, passata attraverso la ritrattistica di Francesco Laurana e il morbido manierismo di Ammannati (le Ninfe) e di Giambologna (le Veneri).

 

 

Lisa, 1989

 

L’opera ritrae Lisa, la figlia di Carlo F. Bilotti, scomparsa prematuramente a vent’anni  nel 1989. Il disegno è stato eseguito a Roma pochi mesi prima delle morte della ragazza, che era impegnata in opere filantropiche con la “Fondazione Esprimi-un-desiderio” (Make-a-Wish Foundation) a favore dei ragazzi affetti da malattie terminali.

Lisa era apprezzata e benvoluta da molti artisti che le hanno dedicato anche dei pregevoli ritratti. Come Warhol anche Emilio Greco ha voluto disegnarne il volto, tracciando una delicata immagine che coglie appieno la sua sensibilità e riservatezza.

Questo disegno si riallaccia formalmente ai tanti studi del maestro siciliano, realizzati con un reticolo fitto e tratteggiato, che fa affiorare l’immagine dal bianco del foglio, addensando alcune parti salienti in una lettura chiara e nitida. Greco aveva già dedicato a Lisa un’opera raffigurante un Angelo caritatevole che aiuta il prossimo, realizzata poi in mosaico in una cappella della Chiesa di San Nicola a Cosenza.

L’immagine femminile è assai ricorrente nella produzione di Greco, sia nei disegni che nelle sculture: si tratta sempre di figure arcaiche, con debiti evidenti nei confronti dell’arte etrusca e romana, di un manierismo rivisitato da un primitivismo elegante. I volti severi, le espressioni intense, i corpi nudi e bellamente atteggiati in pose svettanti o ripiegate, descrivono un’umanità malinconica, velata di nostalgia, afflitta da un forte senso di solitudine. Veneri-bagnanti e lottatori in riposo tratteggiano una mitologia mediterranea di solido retaggio.

La forma è scarna, mai appesantita dalla retorica e dalla descrizione dei dettagli.

Nei personaggi delle sue statue e dei suoi disegni l’artista coglie una bellezza antica, che non sfiorisce mai, perché vive in un tempo assoluto, eternamente presente. Ed è come se rappresentasse sempre un’entità universale, praticando un realismo sospeso fra la descrizione di una donna particolare e l’idea stessa della donna: la galleria di ritratti femminili, da Maria Baldassare ad Anna Tait, da Elka ad Annalisa, da Patricia a Birgitte, da Michela a Laura, da Clizia a Lisa, è un unico grande ritratto dell’“eterno femminino”, un omaggio a tutte le donne.

Come scrive Maurizio Calvesi, le sue iconografie si riferiscono sia alla bellezza ideale che naturale, colte in una mirabile sintesi. Ma senza alcuna enfatizzazione e con un senso di familiarità di marca novecentista.

 

 La bagnante di Emilio Greco nel Museo all'aperto

 

 

Grande bagnante n. 2, 1957

 

A partire dal 1956 la Bagnante è un tema ricorrente nella scultura di Emilio Greco, che si ricollega alle veneri e i nudi femminili nell’arte di tutti i tempi. Certamente i debiti maggiori vanno cercati nei confronti dell’arte classica a cui l’artista guarda con dichiarata attenzione. Dalla veneri preistoriche, stilizzate e formose, alle Afroditi  greche perfette e sinuose, alle baccanali romane, eleganti e seduttive, Greco dimostra di conoscere bene la lezione antica dei cantori delle bellezze muliebri, attingendo ad un repertorio storico vario e convergente.

Studia la classicità e tutti i classicismi successivi, con un occhio all’arcaismo e un altro alla modernità; da Botticelli e dalla sua Primavera sintetizza il portamento delle Tre Grazie e la gestualità della Flora, vi abbina la torsione della Galatea di Raffaello, le andature sicure di Guido Reni, ma anche la magia simbolista della Salomè di Moreau, la sensualità dei nudi di Renoir, la geometria anatomica delle Bagnanti di Picasso.

Il corpo della donna ritratta si pone dritto, in un accenno di passi, con movenze teatrali in uno spazio statico e con una mimica controllata.  

La figura femminile per Greco è un immagine ideale, che attraversa la storia e che si rinnova in sembianze moderne assumendo l’aspetto di una ragazza qualunque di oggi, in una spiaggia assolata, dischiusa nella propria adolescenziale bellezza.

La Bagnante è la versione moderna della Venere, simbolo del fascino e dell’amore, che lega la sua genesi al mare, all’acqua, elemento primordiale da cui la leggenda vuole che sia nata.

L’immagine della donna-venere racchiude due identità: l’Amore celeste e l’Amore volgare di Platone o l’Amor sacro e l’Amor profano immortalato da Tiziano, in cui la nudità rappresenta proprio l’Amore spirituale (Venere Urania). Ma la donna è anche  la madre universale, la terra-madre, l’origine della vita.

La Grande Bagnante n 2 è stata donata da Carlo F. Bilotti al Museo all’aperto di Cosenza, in cui è collocata a Largo Lisa Bilotti.

Un calco della stessa statua in bronzo è nella collezione permanente del Musée des Beaux Arts di Bruxelles. L’opera fa pendant con la Bagnante del 1959 donata nel 2004 sempre da Bilotti alla cosentina Galleria Nazionale di Palazzo Arnone.

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