"Da Picasso a Warhol"    dalla collezione di Carlo F.Bilotti                        

 

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Roberto Echaurren Sebastian Matta

 

    (Santiago del Cile, 1911 - Tarquinia, 2002)

 

 

 

Senza titolo (Sans Titre), 1960

 

Matta rappresenta l’ultima fase del surrealismo, ovvero quella successiva alla fase “storica”, entrata in crisi con liti ed espulsioni negli anni Trenta e con la fuga in America di molti surrealisti da Parigi (1940) occupata dai nazisti, ostili a quella che loro chiamavano ”arte degenerata”. Nel Nuovo Mondo, soprattutto nel dopoguerra, le nuove adesioni  si estendono al cileno Matta e al cubano Lam che apportano contributi di immediatezza esecutiva e di visionarismo antropomorfico.

Nelle sue opere mature Matta inserisce immagini meccaniche e cosparge sulla tela trasparenti ondate di colore per poi ritornarvi a lavorare con gesti spontanei. Lo spazio è diafano, con chiarori e atmosfere delicate, con forme fluttuanti. Sperimenta una pittura automatica che sarà poi alla base dell’Action painting americana e dà la stura ad un mondo inconscio popolato di figurine antropomorfe, di mostriciattoli, di piccoli automi. 

A questo clima si rifanno opere come L’universo del processo (1951), La violenza della dolcezza (1952) e questo Senza Titolo (1960).

Espulso nel 1948 dal gruppo surrealista, Matta approfondisce il carattere narrativo delle sue opere. In esse la composizione è sempre ariosa e la superficie è attraversata da flussi di colore e da onde sfumate di luce, che creano atmosfere fantascientifiche e visioni cosmiche.

Lo spazio diventa un luogo d’incontro di personaggi dalle forme sottili, macchine improbabili, robot che scivolano sui piani inclinati. I segni scandiscono un tempo assoluto, in cui le allucinazioni della mente diventano spietata analisi dei guasti dell’uomo e la ricerca di sé si trasforma in  profezia dell’umanità.

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