"Da Picasso a Warhol"    dalla collezione di Carlo F.Bilotti                        

 

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Joan  Mirò

 

      (Barcellona, 1893 - Palma di Maiorca, 1983)

 

 

 

Donna e uccelli nella notte (Famme, oiseaux dans la nuit), 1975

 

C’è una chiara continuità nelle opere di Mirò, che si collegano sostanzialmente al surrealismo, privilegiando una pittura ariosa e vivace, fatta di segni e forme immaginarie. I giovanili contatti con la pittura fauve, il cubismo e il dadaismo lasciano in Mirò una un forte senso del colore, la frantumazione dello spazio e un gusto per i pattern infantili, che caratterizzano quel realismo fantastico dalle forme ben scandite e dal racconto nitido.

A partire dal 1923-24 il contatto con i gruppi surrealisti influenza la sua pittura che si indirizza verso un versante fantastico. I segni si dilatano, diventano personaggi, danzano, volteggiano dentro i contorni di un segno grafico denso e nero. Il linguaggio, sia che si pieghi verso la figurazione irreale che si liberi nell’astrazione segnica, è quello dell’inconscio che detta le visioni all’artista.

Si tratta di un mondo per niente angoscioso, ma solare, brulicante di personaggi irreali, folletti della mente.

Nel 1937 vi è una nuova fase ispirata alla musica e alla natura. Nasce la serie di opere Costellazioni in cui stelle, lune, soli e figure vengono collegati in una sottile rete di linee intrecciate che formano figure insolite. Piatte campiture sono dipinte in verde, rosso, giallo, blu mentre domina il nero dei punti, delle linee e delle aree comprese. Nelle Costellazioni appare più volte la figura dell’uccello in volo, messo in relazione alla donna-madre-terra, entrambi elementi che mettono in comunicazione la terra con il cielo (vedi Donna, uccelli, stelle del 1942). L’uccello è una figura ricorrente nelle pittura di Mirò e simboleggia l’ascesa alla dimensione del mistero attraverso un’immagine poetica e magica. Il bell’uccellino del 1939 è uno dei primi  chiari esempi di questa trasfigurazione degli arcani del mondo in una creatura incantata ed enigmatica.

Dal 1960 in poi Mirò raggiunge una maggiore essenzialità, l’opera si riduce a macchie e tracce di colore fluttuanti in soffici campi di azzurri o luminosi fondi gialli, senza accenti enfatici.

A questa fase più matura e spontanea appartiene Donna e uccelli nella notte che, pur collegandosi nel tema a opere di periodi più antichi (Donne e uccelli al levar del sole del 1946), si distingue da quelle per il disegno, che lì era lineare e nitido, mentre qui è fatto con spruzzi di colore e con pochi tratti veloci.

 

 

Personaggi e uccelli (Personanages, oiseaux), 1976

 

Anche quest’opera appartiene allo stesso periodo della precedente, ovvero all’ultima fase di quel surrealismo astratto caratterizzata da un lirismo segnico immediato e fatto di schizzi che evocano personaggi e animali. Si intravedono i tratti di due figure filiformi appena accennate, probabilmente una donna ed un uomo. Fra di loro, sulle teste, l’abbozzo di un uccello, fra la falce della luna e una stella.

Sembra di trovarsi di fronte ad un disegno infantile, ma l’estrema stringatezza formale fa ben capire, invece, il rigoroso processo di sintesi che sta dietro l’opera di Mirò. I grafismi astratti rimandano se mai alle incisioni rupestri della preistoria e agli ideogrammi egizi. Gli scarabocchi trovano punti di contatto con la scrittura che pure è presente in alcune dipinti di Miro ( Le corp de ma brune del 1925; Rondine-amore del 1934).

L’energia del disegno tratteggia la realtà attraverso i ritmi lineari, i grovigli, le macchie.  Il rapporto figura-sfondo è annullato in una medesima superficie unificata dalle goccioline spruzzate a formare la nebbia di una texture grafica. I segni minuti danno eleganza ad una pittura immateriale, senza corpo, che sembra fatta d’aria.

Questa visione lieve fatta di semplici linee rimanda ad alcune opere realizzate fra il  1925 e il  1927 estremamente leggere (Bagnante e Siesta) e certamente influenzate dai mobiles di Calder, sculture in fil di ferro sospese nell’aria, viste da Mirò a Parigi proprio nel 1926.

 

 

 

Personaggio e uccelli. Costellazioni ( Personnage, Oiseaux. Constellations), 1976

 

Su uno sfondo giallo maltrattato volteggiano degli ideogrammi, a metà strada fra disegno primitivo e scrittura orientale. Certamente Mirò ha subito in questo periodo l’influenza dell’arte e dell’alfabeto giapponese da lui conosciuti nel 1966 in occasione di due mostre a Tokio e Kyoto.

Queste suggestioni visive del Paese del Sol Levante trovano punti di contatto con le precedenti esperienze delle Costellazioni in cui i segni simil-zodiacali popolavano il grande racconto notturno del cielo. Ma alle figure grottesche e sottilmente mostruose degli anni Quaranta Mirò preferisce ora una pittura schematica, ridotta al minimo formale, in cui si compie la metamorfosi da un vago naturalismo all’astrazione segnica.

E’ come scrivere nel cielo tracciando favole moderne con il linguaggio della fantasia e con gesto impulsivo. Le superfici quasi monocrome accolgono un mondo visivo che prende corpo sotto la spinta di un inconscio fecondo.

“Ciò che cerco è la tensione dello spirito” ha detto Mirò e questa vitalità profonda ne caratterizza tutta l’opera che è un inno all’azione liberatrice della fantasia.

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