"Da Picasso a Warhol"    dalla collezione di Carlo F.Bilotti                        

 

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Andy  Warhol

 

      (McKeasport, Pittsburg, 1928 - New York, 1987)

 

 

 

Madre e figlia: Tina e Lisa Bilotti (Morther and Daughter: Tina and Lisa Bilotti), 1981

 

I ritratti sono tipici della produzione di Andy Warhol e hanno contribuito a creare molte delle icone del nostro tempo. I volti di Marilyn Monroe, Liz Taylor e Mao Tse Tung sono diventati immagini-simbolo che hanno caricato la stessa identità del soggetto originario di un valore aggiunto iconografico: l’icona di Merilyn è diventata “quella” particolare Marylin dipinta da Warhol, così come è accaduto per quella di Liz e di Mao, che hanno fatto il giro del mondo e sono diventate icone universali.

Sulla scia di queste famosissime opere, negli anni Settanta e Ottanta Warhol esegue una grande quantità di ritratti di personaggi famosi e del jet set internazionale. Ciò che gli interessa è il valore simbolico che i vip esercitano sulla coscienza collettiva della società americana ed europea. Essi rappresentano l’incarnazione dell’idea di bellezza e del successo e anche la loro immagine, nell’era del consumismo e della società di massa, è soggetta ad essere consumata dalla gente. Queste icone diventano dei promemoria, un tentativo di fissare un ricordo e di sottrarlo al rischio dell’ “usa e getta”, perciò riprodotte in serie e moltiplicate.

Similmente alla ritrattistica nobiliare del passato i ritratti di Warhol hanno immortalato i personaggi di oggi, scelti fra quanti hanno colpito la sua immaginazione. Spesso questa ritrattistica documenta un incontro o un rapporto d’amicizia che l’artista ha voluto fissare in immagini di forte impatto visivo, dalla caratteristica configurazione piana e dai fondi accesi, secondo gli stilemi simil-pubblicitari da lui adottati. 

Anche questo ritratto doppio di Tina e Lisa Bilotti – inusuale esempio per Warhol di persone diverse in coppia nel medesimo quadro – appartiene a questa serie e testimonia l’amicizia con la famiglia italoamericana, che egli aveva conosciuto nel 1961, agli albori della Pop art, in occasione del lancio di un profumo di Nina Ricci prodotto dalla società di cosmetici di Tina e Carlo Bilotti.

Il taglio obliquo delle figure dall’elegantissimo collo allungato e i toni densi ma morbidi, esaltano i due volti della madre e della figlia, collocandoli in una dimensione fuori dal tempo.

Warhol ha realizzato diverse opere in cui è ritratta la giovane Lisa Bilotti, prematuramente scomparsa nel 1989 all’età di venti anni.

 

 

Dollar Sign: 2 tempi, 1982

 

La pittura di Warhol è tutta basata sulle presentazione seriale e ordinata di oggetti consumistici, di simboli sociali, di icone della vita pubblica, di stereotipi della comunicazione, di elementi della pubblicità.

Tutta la pop art utilizza ed esalta i prodotti della civiltà di massa, ma Warhol è senza dubbio il guru di questa “religione” consumistica, basata sulla esaltazione della quantità e sull’omologazione dei gusti e dei modelli culturali.

Il dio danaro è un mito a cui Warhol non si sottrae e al quale dedica una serie di opere che realizza per la mostra newyorchese alla Gallerie di Leo Castelli nel 1982.

Il Dollar Sign  è l’emblema del suo concetto di business art, di arte che produce danaro e del danaro come arte. L’America con il suo sistema capitalistico è la concreta attuazione di questo ideale di società opulenta e del benessere, che ha fatto del dollaro il motore dell’economia mondiale. “Mi piace il denaro appeso al muro – dice Warhol provocatoriamente – Metti di comprare un quadro da 200.000 dollari. Credo che dovresti prendere quei soldi metterli insieme e appenderli al muro”.

Il simbolo della esse che sta per il dollaro è ripetuto ritualmente quasi ad esorcizzare il potere incantatore dei soldi.  Ne realizza tanti e tutti manualmente intervenendo sul tracciato originale che rimane fisso.

Nella riproduzione si avvale di espedienti come la tecnica della “blotted line” che consiste nel sovrapporre diversi fogli su un disegno ancora fresco, in modo da ottenere tanti monotipi, tutti originali, ognuno con la sue irregolarità nel segno, da colorare poi in vario modo.

Più che l’aura dell’arte e il mito della sua unicità, è la riproducibilità tecnologica, che conta per Warhol, il quale adotta tecniche e materiali nuovi più idonei allo scopo come la serigrafia e gli acrilici.

 

 

 

Le due sorelle: dopo De Chirico (The Two Sisters: After de Chirico), 1982

 

Nel 1982 Carlo F. Bilotti commissiona a Warhol una serie di opere ispirate alla pittura metafisica di De Chirico. Warhol aveva conosciuto De Chirico a New York proprio assieme  a Bilotti; il progetto di un confronto fra i due grandi maestri del Novecento prende corpo con la mostra “Warhol versus De Chirico” presentata prima a Roma nella Sala degli Orazi e dei Curiazi in Campidoglio e poi alla Galerie Kammer di Amburgo.

E’sempre Bilotti a prestare alcuni quadri di De Chirico all’artista pop per consentirgli di studiarli. In fondo si  tratta di due forme di metafisica che si incontrano e si scontrano: una, quella di De Chirico, è la metafisica della passato distante, delle mitologie stranianti e dell’assenza di ogni pathos umano; l’altra, quella di Warhol, è la metafisica del presente che non comunica, dei miti consumistici, dell’assenza di un’umanità critica.

I manichini di De Chirico sono un’ottima materia prima per un sottile lavoro di citazione. Warhol, al pari delle immagini odierne, li preleva come icone della storia dell’arte, e li restituisce all’iconografia contemporanea come prodotti seriali, ripetuti più volte, svuotati del carattere sacrale della storia dell’arte per farne semplicemente un reperto della comunicazione visiva.

Partendo dalla foto dell’opera da citare e proiettandola su una tela emulsionata, ottiene un’immagine in bianco e nero, che viene ripetuta o sulla stessa tela divisa in riquadri o su tele diverse da colorare poi con variazioni sul tema. Qualche volta l’opera viene proiettata – come nel caso di questo Le due sorelle – oltre che dal verso giusto anche in controparte, dando un ulteriore scarto alla manipolazione e all’intervento di rimaneggiamento creativo.

 

 

Scena etrusca: Danza rituale femminile (The Etruscan Scene: Female Ritual Dance),1985

 

Come per De Chirico anche per l’arte del passato Warhol compie lo stesso intervento di rivisitazione. Ma nel caso delle pitture etrusche che ispirano questo quadro il recupero assume maggiormente i toni della dissacrazione. Il reperto della storia dell’arte è sottratto al feticismo museografico per essere trattato alla stregua di una qualunque immagine di consumo: le danzatrici antiche come le pin up odierne.

Levate dal contesto originario e ripetute come figure senza tempo, queste immagini ritrovano una loro identità figurativa, non più soggetti unici da consegnare alla dimensione eternante dell’arte, ma cloni da far rivivere nella ripetizione  massmediatica.  

“Non è forse la vita una serie d'immagini, che cambiano solo nel modo di ripetersi?” si chiede retoricamente Warhol. Anche l’arte per lui è un semplice prodotto industriale, un articolo da produrre a catena.

Ogni serigrafia, benché replicata, ha una sua identità legata alle variazioni cromatiche; la parziale cancellazione, la solarizzazione, la sfocatura dello stesso disegno mostrano le diversificazioni dello soggetto sottoposto così ad un processo di disfacimento della forma.

Nelle sue scorribande iconografiche Warhol riprende anche soggetti dell’iconografia rinascimentale come il S. Giorgio e il drago di Paolo Uccello (1984) o L’ultima cena di Leonardo Da Vinci (1986) dimostrando come sia possibile reinventare le immagini della grande arte del passato e come sia possibile usarle per innescare un nuovo processo creativo.

L’occhio impersonale e il procedimento meccanico riprendono tutto e restituiscono tutto, collezionando immagini prese da varie fonti: dai vip ai prodotti industriali, dai fiori alle sedie elettriche, dai fumetti alla storia dell’arte.

 

 

Scena etrusca: Danza rituale femminile I e II (The Etruscan Scene: Female Ritual Dance I and II),1985

 

Anche il disegno del soggetto della  Scena Etrusca  diventa un’altra versione del tema che, non solo mostra in modo didascalico le fasi del processo di replica, ma contribuisce con la sua sintesi grafica a rendere più spaesante la ripetizione.

Il contorno lieve delle figure assurge a protagonista della nuova versione facendosi contrappunto delle versione originaria

L’eleganza formale e il segno sobrio fanno perdere al riporto storico la patina del tempo, che in qualche modo chiazzava la Danza rituale nella versione colorata in rosso.

Le due immagini hanno il sapore di un graffito e possono essere viste come avvicinamento o allontanamento dall’immagine di riferimento: disegni preparatori ma anche elaborazioni per un azzeramento progressivo verso l’essenza della forma.

 

 

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